Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 22 set – Fausto Leali cacciato dal Grande Fratello Vip 5 per aver detto la parola «negro» indirizzandola a Enock Barwuah. Con questo prevedibile epilogo finisce così l’avventura nella Casa per il cantautore bresciano, che ieri sera ha subìto processo e condanna per direttissima dalla suprema corte presieduta da Alfonso Signorini. «E’ una parola, dal nostro punto di vista, orribile», è stata la sentenza inappellabile del giornalista.

Leali si difende

Inutile il tentativo di difesa di Leali: «Ma guardate che io non sono razzista, Enock è un mio amico, ho un bellissimo rapporto con lui». Anche la contessa De Blank ha preso le parti per il cantante di Ti Amo: «Ma è una parola che è stata sempre usata, pure nella canzone, Siamo i vatussi, altissimi negri…». Nulla di fatto, la china presa da Leali – prima le frasi su Mussolini, che già avevano fatto scricchiolare il ghiaccio, poi quelle sulla «parola con la enne» e le razze – era troppo scivolosa per sperare di farla franca con la gendarmeria buonista. E’ chiaro che Leali non usa il termine in senso dispregiativo, ma piuttosto in modo old-fashioned, come si usava qualche decennio fa quando il termine non rappresentava un insulto ma una comune denominazione della razza, appunto, «negroide». Ma le razze non esistono, ha stabilito qualcuno – vallo a spiegare agli antropologi forensi quando devono identificare i cadaveri – e bisogna colpirne uno per educarne dieci milioni: così, alla fine della puntata, è stata comunicata l’espulsione del cantautore.

Il perdono paternalista di Enock

«Da casa ci guardano, non deve passare questa cosa», aveva sentenziato il fratello di Balotelli. Che però, dopo l’espulsione, ha magnanimamente concesso il suo regale perdono a Leali: «Ho capito cosa vuoi dire ma è una parola che non deve essere detta altrimenti la gente pensa che è normale dirlo». Non bastava un’ammonizione? Poi ha abbracciato il cantante, in un tripudio di paternalismo dove Fulvio Abate ha anche trovato il tempo di parlare di «ritardo culturale» di Fausto Leali. Dulcis in fundo, l’oggettivamente insopportabile teatrino simil-processuale imbastito da Signorini, che se da un lato ha fatto cadere la metaforica mannaia censoria su Leali decretandone l’espulsione, poi dall’altro lato, ipocritamente, ne tesseva le lodi umane in ogni modo possibile. 

Cristina Gauri

2 Commenti

  1. Ma elevare uno come Signorini a “Maître à Penser” ( in maestro di pensiero) di cosa è giusto dire o non dire è a dir poco da neuro , ah no dimenticavo, a Signorini piacciono molto gli uccelli e non le passere come invece alla stragrande maggior parte dei maschi italiani ma siccome abbiamo una lobby gay persino al governo ( vadasi a tale proposito le accuse di Sgarbi e Bisignani ) e allora la parola di quelli come lui conta di più, davvero democratici……..

    D’altronde, essendo l’Italia una colonia europea degli USA, queste robe del “Politicamente Corretto” a tutti i costi sempre e ovunque e del sopravvento della lobby gay ( su amazon.com circolava persino un libro sul passato sodomita di Obama…. ) sono nate in USA e quindi poi sbolognate anche in Italia dai pennivendoli e politicanti servi dello Zio Sam che in Italia purtroppo abbondano ancora in modo pauroso!!

    E per giunta tutta stà gentaglia si definisce definisce democratica, della serie:

    Orwell gli spiccia casa!!

Commenta