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Roma, 22 set – Le regionali finiscono con un 3-3 fra centrodestra e centrosinistra: Lega, FdI e FI confermano Veneto e Liguria e strappano le Marche alla sinistra; il Pd conferma Toscana, Campania e – risultato non scontato – Puglia. Il pareggio è in realtà una vittoria per la maggioranza giallofucsia (e soprattutto per i dem): ora il governo può tirare un sospiro di sollievo e il premier Conte è blindato. Il centrosinistra a guida Pd festeggia per la conferma di Emiliano e per la vittoria di Giani, alla vigilia del voto dato testa a testa con la leghista Ceccardi, su cui Salvini puntava per dare una spallata all’esecutivo. Ma in Toscana il tentativo è fallito così come fallì quello di qualche mese fa in Emilia-Romagna. Dal canto suo, il centrodestra conquista le Marche, feudo rosso, con il meloniano Acquaroli. Plebiscito per Zaia in Veneto e De Luca in Campania. Bis per Toti in Liguria, unica regione nella quale Pd e M5S avevano presentato un candidato unico.

Tutti i voti a spoglio quasi ultimato: Zaia stravince con il 76%

A spoglio quasi ultimato, ecco i voti delle regionali, che confermano il trend già emerso ieri in tarda serata: in Toscana Giani vince con oltre il 48%, la Ceccardi si ferma al 40%; in Puglia confermato Emiliano, con oltre il 46%, Fitto al 38%; in Veneto percentuali bulgare (76%) per Zaia, confermato governatore; nelle Marche vince Acquaroli con il 49%, Mangialardi fermo al 37%; in Campania stravince il governatore uscente De Luca (69%); in Liguria – risultati definitivi – eletto Toti con il 56%, il candidato giallofucsia Sansa non va oltre il 38%; in Valle d’Aosta (dove il presidente della Regione viene eletto dal Consiglio regionale) Lega tra il 20 e il 24%, centrosinistra tra il 13 e il 18%.

Pd primo partito, Zingaretti esulta: “Abbiamo vinto”

“Abbiamo vinto”: esulta il segretario del Pd Nicola Zingaretti, tirando le somme di quella che definisce lui stesso “una giornata importante per l’Italia”. Il governatore del Lazio dopo aver sentito il premier Conte e tutti i governatori (sia i vincenti che i perdenti), esulta ancora: “Siamo il primo partito in Italia“. “Se ci avessero ascoltato…”, è il messaggio rivolto agli alleati di governo 5 Stelle, che nascondono la loro ennesima sconfitta elettorale dietro la vittoria del Sì al referendum. Il riferimento è al fatto che se Pd e M5S avessero corso insieme ovunque magari non avrebbero perso le Marche. Ora i dem passeranno all’incasso e stavolta i grillini dovranno cedere su tutto. Dovranno dire sì al Mes e dovranno far cancellare i dl Sicurezza fatti a suo tempo con Salvini nel governo gialloverde. Ma il Pd batterà cassa anche con le riforme (a partire dalla legge elettorale).

Di Maio pronto a riprendersi quel che resta del M5S

Dal canto suo, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio prova a rilanciare, intestandosi la vittoria del Sì al referendum per il taglio dei parlamentari: “Ora si taglino anche gli stipendi e si faccia una legge elettorale proporzionale“. Dopo l’ennesima debacle, in casa pentastellata il reggente Vito Crimi è già ectoplasmico e a sentire cantar vittoria Di Maio, potrebbe essere proprio quest’ultimo a riprendersi la guida dei 5 Stelle.

Nel centrodestra c’è molto meno da festeggiare

Nel centrodestra, va da sé, c’è molto meno da festeggiare. Specie dalle parti della Lega. Matteo Salvini contava nel ribaltone nella regione da sempre rossa per suggellare la sua leadership nella coalizione, ora invece insidiata dalla Meloni, ancora più forte dopo aver strappato le Marche alla sinistra. “Da nord a sud – scrive sui social la leader di Fratelli d’Italia – è l’unico partito che cresce in tutte le regioni al voto“. Anche Salvini sceglie i social per ricordare che “Lega e centrodestra saranno alla guida di 15 Regioni su 20”. Poi precisa: “Non chiedo elezioni anticipate“. “Stai sereno, Matteo”, sembra di sentire Zingaretti, che peraltro si è pure liberato di chi ha il copyright della celebre espressione, ossia quel Renzi che alla guida di Italia Viva racimola davvero poca roba nelle urne. E a dire che proprio l’ex premier aveva ripetuto infinite volte che “i sondaggi non contano, che solo i voti contano”. Ecco, appunto. Ora Renzi non è più l’ago della bilancia dei giallofucsia. Ora è il tempo di Zingaretti “pigliatutto” (e Conte dovrà accettarlo obtorto collo).

Adolfo Spezzaferro

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