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Roma, 11 mag – Per Giulio Andreotti esistevano due categorie di matti: “Quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato”. Fosse vissuto ai giorni nostri, probabilmente rivedrebbe la suddivisione. Creando magari una categoria speciale per i secondi. Ma certo non più con i riferimenti alle (furono) disastrate Ferrovie, gruppo che oggi rappresenta uno dei principali attori economici sulla scena.

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58 miliardi di investimenti

Il piano industriale appena varato parla chiaro: sono 58 i miliardi che Ferrovie destineranno ad investimenti nel prossimo quinquennio. Una somma-record, che farà della società delle strade ferrate il primo gruppo per impegno finanziario dal 2019 al 2023.

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Presentato ieri, il piano si sostanzia lungo tre direttrici. La prima è quella delle infrastrutture fisiche per le quali sono destinati 42 miliardi, di cui 28 per le opere ferroviarie e 14 per le strade. La seconda riguarda invece il materiale rotabile: 12 miliardi (di cui quasi il 90% in autofinanziamento) per l’acquisto di nuovi treni, tra cui 600 convogli regionali, 100 locomotori per il trasporto merci e 14 Frecciarossa 1000. L’ultimo asse è lo sviluppo tecnologico.

1600 cantieri e 15 mila assunzioni

Le risorse stanziate permetteranno a Ferrovie dello Stato di accelerare su 1600 cantieri, molti dei quali localizzati al sud. Dalla ferrovia Napoli-Bari alla Palermo-Messina, passando per il capitolo autostrade (Anas è dal 2018 parte del gruppo) con la A2 del Mediterraneo e la statale jonica.

Nell’arco dei 5 anni saranno inoltre 15mila le assunzioni dirette, con effetti positivi anche sull’indotto (120mila posti di lavoro) e sul Pil, il cui contributo è stimato nell’ordine del +0,7/0,9% l’anno. Limitatamente ai conti di Ferrovie, al termine del piano i ricavi raggiungeranno nel 2023 i 16,9 miliardi e l’utile netto arriverà a 800 milioni.

Filippo Burla

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