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Roma, 4 giu – “Mi sembra che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall’anno prossimo. Il primo anno per le imprese e poi a partire dal secondo anno si prevede di applicarla alle famiglie“. Così il senatore della Lega Alberto Bagnai, parlando ad Agorà su RaiTre, aggiusta il tiro su
tempi e modi di introduzione della flat tax.
Il provvedimento fiscale a quanto pare punterà su due aliquote secche. Per i redditi familiari si parla del 15% fino a 80mila euro e del 20% per quelli superiori. Secondo i calcoli del Sole 24 Ore, i risparmi “si fanno più rilevanti nella fascia fra i 60mila e gli 80mila euro, si riducono un po’ intorno ai 100mila euro e risalgono sopra, dove però i contribuenti interessati diventano rari”. I benefici pertanto si riducono man mano che i redditi scendono “fino ad azzerarsi per le fasce più basse dove dovrebbe scattare la clausola di salvaguardia che mantiene l’attuale sistema di aliquote e detrazioni quando è più conveniente della proposta giallo-verde”, come sottolinea il quotidiano economico.
Va detto che la flat tax, che il neoministro dell’Economia Giovanni Tria difende a spada tratta, anche a costo di alzare l’Iva – sebbene Bagnai assicuri che “il discorso sull’aumento dell’Iva è assolutamente fuori discussione” – , ha un costo non indifferente: circa 50 miliardi di euro. E a proposito di Iva, l’esecutivo Lega-M5S dovrà tenere conto del fatto che per neutralizzare l’aumento automatico (un “regalino” del governo Monti), che scatterebbe a gennaio 2019, ci vogliono 12,5 miliardi.
Ma a tal proposito Bagnai – da molti indicato come possibile sottosegretario all’Economia – ricorda che l’Italia è in una situazione di gravissima crisi economica e il ricorso “al deficit per stimolare l’economia riteniamo che possa essere accettato in sede europea”.
Ma vediamo come funziona la “tassa piatta”. Cavallo di battaglia del centrodestra nell’ultima campagna elettorale, la misura fiscale è stata inserita nel “Contratto per il governo del cambiamento” siglato da Di Maio e Salvini. Formulata per la prima volta nel 1956 dall’economista statunitense Milton Friedman, la flat tax è un sistema fiscale non progressivo, basato su un’unica aliquota fissa. Il governo giallo-verde, in particolare, ha proposto una deduzione per le famiglie di tremila euro.
Nello specifico, il governo prevede “due aliquote fisse al 15 e al 20% per persone fisiche, partite Iva, imprese e famiglie” che andrebbero a sostituire le cinque aliquote attuali, che vanno dal 23 al 43%. La riforma fiscale sarebbe inoltre caratterizzata da “un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali”. Il vantaggio per le famiglie sta, pertanto, in “una deduzione fissa di tremila euro sulla base del reddito familiare”.
Il nuovo regime fiscale garantirebbe “una maggiore equità fiscale a favore di tutti i contribuenti: famiglie e imprese”. “La finalità – si legge nel contratto di governo – è quella di non arrecare alcun svantaggio alle classi a basso reddito, per le quali resta confermato il principio della ‘no tax area’, nonché in generale di non arrecare alcun trattamento fiscale penalizzante rispetto all’attuale regime fiscale”.
Dal canto suo, il Pd – non prendendo spunto da Renzi, in tour mondiale per tenere conferenze a pagamento come se fosse un piccolo Tony Blair – resta sul pezzo e accusa il governo giallo-verde di aver solo cambiato il nome a tasse che esistono già, e che sono state introdotte proprio dall’esecutivo guidato dall’ex segretario dem.
Il punto, però, è proprio questo: il governo Conte intende fare ordine tra le troppe aliquote, per snellire un sistema fiscale che alimenta una pressione insostenibile.
Adolfo Spezzaferro