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Roma, 13 gen – Il mondo del giornalismo piange uno dei suoi maestri, che tuttavia negli ultimi 17 anni non ha praticamente più potuto organizzare una conferenza pubblica in Italia. Sta tutta qui la tragicomica contraddizione a cui ha dato luogo Giampaolo Pansa, scomparso ieri all’età di 84 anni. Nato a Casale Monferrato, nel 1935, dopo la laurea in storia si era subito dedicato al mondo del giornalismo, incarnando il mestiere di cronista con passione, talento e originalità. È probabilmente l’unica delle grandi firme italiane a essere comparsa su tutti i nostri grandi quotidiani: La Stampa, Il Messaggero, Il Corriere della Sera, Repubblica, Libero, La Verità, nonché L’Espresso, Epoca e Panorama. Maestro indiscusso della categoria, creatore di formule fortunatissime che oggi ancora molti ripetono senza conoscerne l’autore, Pansa viene in queste ore ricordato da tutto il mondo della carta stampata.

I “gendarmi della memoria” contro il ciclo dei vinti

Dietro il cordoglio unanime si cela tuttavia una certa ipocrisia, dato che pochi si erano levati a difendere il maestro quando questi era finito nella lista nera dell’antifascismo militante, di piazza e di cattedra. Tutto accade a partire dal 2003: Pansa, che si era laureato con una tesi sulla Resistenza e che aveva dedicato molti libri ai partigiani e al fascismo, sempre nei binari dell’ortodossia antifascista, a un certo punto aveva deciso di dedicare dei saggi ai crimini compiuti, per lo più a guerra finita, nei confronti dei fascisti della Repubblica sociale. Era il cosiddetto ciclo dei vinti, baciato dal successo editoriale ma ostracizzato da quelli che Pansa stesso definiva i “gendarmi della memoria”. Le prime presentazioni dei suoi libri sul lato oscuro della Resistenza erano state contestate violentemente dai centri sociali, tant’è che alla fine Pansa aveva smesso di tenere eventi pubblici sui suoi libri. La sua scelta di dedicarsi ai morti scomodi della nostra storia nazionale faceva del resto tanto più male, in quanto proveniente da un decano del giornalismo, da un habitué del salotto buono del giornalismo, oltre che da un fior di storico antifascista.

Ha mostrato la divisione tra popolo e élite, anche sull’antifascismo

Ostracizzato e diffamato da sinistra, Pansa con la sua operazione aveva generato qualche mal di pancia anche in una certa destra militante, secondo uno schema già visto all’opera con Cuori neri di Luca Telese: qualcuno gli ha contestato di aver “fatto i soldi” raccontando tragedie già note a chi avesse volute conoscerle, ad esempio attraverso i libri di Giorgio Pisanò. Polemiche che lasciano un po’ il tempo che trovano, perché il debito di Pansa nei confronti di Pisanò era apertamente riconosciuto dal primo. Non si tratta, del resto, di amare Pansa o i suoi libri revisionisti, peraltro scritti in un discutibile stile romanzato, ma di riconoscere il valore oggettivo di un’operazione, che ha avuto certe conseguenze proprio perché animata da “fuoco amico” sulla Resistenza. Pansa ha mostrato plasticamente e in maniera definitiva la divisione tra popolo ed élite in Italia, anche sull’antifascismo: ci ha fatto vedere come il revisionismo potesse diventare un fenomeno di massa, mentre i tromboni della storiografia ufficiale se ne stavano soli e isolati nelle loro stanze di potere a borbottare. Ha fatto loro male, malissimo. A noi tanto basta.

Adriano Scianca

3 Commenti

  1. Ho sia “Il sangue de vinti” che “La grande bugìa” e devo dire che se, sicuramente, ho apprezzato e tutt’ora apprezzo il tentativo di Pansa di ammettere apertamente gli orrori della guerra civile in Italia da parte comunista, certo non posso essere d’accordo con il suo punto di vista al riguardo, che suonava, più o meno, così: è vero che noi (cioè, i comunisti) siamo stati brutali ma in fondo avevamo ragione; è vero che loro (cioè, i fascisti) hanno subìto in maniera eccessiva, però, siccome avevano torto, in fondo, se la sono cercata…

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