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bustapagaR439_thumb400x275Roma, 26 mag – Si fa presto a dire crescita. Si fa presto a dire 80 euro in busta paga. Teatrino delle coperture permettendo, a fare il paio con il fatto che gli effettivi 80 euro valgono solo per uno dei tanti scaglioni di reddito. Senza considerare che gli aumenti di Tasi e imposte assimilate dal nome variopinto rischiano di compensare in negativo l’intera “elargizione” governativa.

Fatto sta che, secondo l’ultima rilevazione Istat, le retribuzioni sono al palo. Ferme ad aprile su base mensile ed in crescita minima su base annua. L’indice si attesta ad un +1.2%. L’andamento tendenziale non toccava, pur nella sua crescita costante, un punto così basso dal 1982 e cioè da quando vengono pubblicate le relative serie storiche. I motivi sono molteplici, a partire dai mancati rinnovi contrattuali: sono più della metà i lavoratori dipendenti con contratto collettivo scaduto, il che si traduce in estrema sintesi nel mancato adeguamento al rialzo delle retribuzioni.

Unico dato positivo – a metà- è il mantenimento del potere d’acquisto. Il pur ridotto aumento delle retribuzioni supera infatti, anche se di poco, la crescita dell’indice generale dei prezzi. Un buon segno solo parzialmente: l’inflazione non é la malattia congenita che la Bce continua a considerare, ma un utile indicatore per apprezzare la dinamicità di un sistema economico. Non vi è crescita senza aumento di salari e, di converso, non vi è sviluppo senza una sana inflazione.

Piove sul bagnato: ennesima flessione delle vendite al dettaglio, che registrano un drammatico -3.5% sull’anno. Fra i cali più marcati quello dell’alimentare, che si attesta al -6.8% a mostrare che gli italiani risparmiano anche su una delle voci di spesa che è tra le ultime a contrarsi: l’elasticità dei prodotti alimentari è infatti bassa, nel senso che a fronte di una diminuzione del reddito si ha una diminuzione meno che proporzionale di quanto speso per l’acquisto di questi beni. Tutti i segnali della (presunta) ripresa sono specchietti per le allodole. Non è da escludere a questo punto che, di revisione in revisione e per come siamo stati abituati in questi anni, a consuntivo la prevista crescita del Pil si tradurrà, nella migliore delle ipotesi, in una sostanziale stagnazione.

Filippo Burla

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