Roma, 31 dic – Come se non bastasse la percezione che ogni italiano ha dell’economia italiana e al di là della narrazione di Gentiloni e Padoan, è arrivata puntuale come ogni fine anno la ricostruzione statistica realizzata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre. Ciò che si evince immediatamente dal documento, è che la ricchezza in Italia (Pil) è cresciuta dal 2000 al 2017 di appena lo 0,15 per cento ogni anno.

Siamo in una fase di stagnazione secolare – ha dichiarato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – e sebbene la ripresa si stia consolidando in tutta Europa, anche a seguito di una congiuntura internazionale favorevole, gli effetti positivi non stanno interessando tutte le aree territoriali e le classi sociali del nostro Paese. Il popolo delle partite Iva, ad esempio, continua ad arrancare; schiacciato come è da un carico fiscale eccessivo, da una burocrazia oppressiva e da una domanda interna che stenta a decollare“. L’Italia in pratica si colloca al penultimo posto, davanti alla sola Grecia, e soffre come tutti i paesi del sud Europa (Spagna esclusa) una folle politica monetaria e l’adozione di vincoli economici troppo rigidi.

Deludente il risultato ottenuto dall’Italia sul fronte della produzione industriale: rispetto al 2000 oggi si registra un saldo negativo pari a 19,1 punti percentuali, con punte del 35,3% nel tessile/abbigliamento e calzature, del -39,8% nell’informatica e del -53,5% nelle apparecchiature elettriche. Nessuno in ambito europeo ha fatto peggio di noi in ambito industriale, a dimostrazione di come il Paese si stia sempre più indebolendo. Se pensiamo che la Germania in ambito manifatturiero tra il 2000 e il 2017 ha registrato una crescita di quasi 30 punti percentuali, abbiamo l’idea di quanto terreno l’Italia stia perdendo condannando le future generazioni ad anni terribili.

Cosa ci riserverà l’anno nuovo che sta per sopraggiungere: poco o nulla di nuovo rispetto all’andamento attuale. Nessuno dei pretendenti al “trono” governativo ha idea di come si possa condurre con diligenza la politica economica di questo Paese. Gli ultimi quattro ministri dell’economia e delle finanze sono tutti fuoriusciti da ambiti bancari a riprova della possente egemonia intrapresa in questi ultimi lustri da quel settore finanziario che pecca però di lungimiranza e coraggio e che appare ampiamente scollato da quella che volgarmente viene definita “economia reale”.

Il possibile grande pareggio elettorale che si profila alle prossime Politiche non promette nulla di buono e se da un lato abbiamo già avuto riprova in questi ultimi anni dell’insufficienza con cui è stata condotta la politica economica italiana a guida Pd, non possiamo aspettarci null’altro di diverso nel caso sia il centro destra a condurre le redini del Paese. Le forze in campo sono tutte filoeuropeiste e nessuno degli attori sarà disposto a cambiare le carte in tavola. La Lega dal canto suo ondeggia, come sempre, tra proclami populisti e coalizioni berlusconiane. Del resto cosa aspettarsi da un partito che da un lato ha avuto la colpa di approvare il Pareggio di bilancio in Costituzione e dall’altro ha votato contro il Fiscal compact? Del M5S evitiamo di parlarne giacchè sul loro programma ufficiale non v’è traccia di un politica economica degna di tal nome: nessuna previsione di rilancio industriale, e nessuna audace idea che possa definirsi tale. Dai pentastellati il solito minestrone legalista e filo ambientalista.

L’Italia anche nel 2018 proseguirà nel suo lento e inesorabile declino economico. Un declino che ci sta già costando caro e che nonostante tutto non smuove le coscienze di chi con il voto dovrebbe sovvertire questo andazzo.

Giuseppe Maneggio

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