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“Le nostre pietre parlano sempre italiano”: intervista a Giorgio Martinic, l’ultimo dei Dalmati

by La Redazione
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giorgio martinic, dalmati

Roma, 7 mar – “Si dice che le pietre in Dalmazia parlano ancora italiano, è vero”. Giorgio Martinic è nato a Spalato nel 1965 e ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza nella sua città natale. Dopo la laurea in Ingegneria ottenuta a Zagabria nel 1989, è tornato a lavorare e vivere a Spalato. Dal 1996 si è trasferito a Zagabria rimanendo però sempre legato alla sua terra natale Dalmata, dove ancora vive la madre. L’italiano lo ha imparato dapprima da sua nonna paterna, che parlava un dialetto veneto arcaico, perfezionandolo poi da autodidatta. Dal 2016 Martinic è presidente dell’Associazione Italiani in Croazia – Savez Talijana Hrvatske che incoraggia, aiuta e sviluppa l’identità italiana in quel Paese e cerca di preservare e promuovere il patrimonio culturale veneto e italiano nell’Adriatico orientale. Lo abbiamo intervistato per comprendere come vivono gli ultimi dalmati fuori dai nostri attuali confini.

Come ci si sente a essere uno degli ultimi rimasti in quella che fu la latina Dalmazia?

“Un po’ triste.. Nella mia infanzia c’erano ancora persone anziane che parlavano “veneto dal mar” che parlava anche mia nonna. Adesso la lingua, ma anche le usanze, gli abiti, le canzoni.. vanno nell’oblio. Il rifiuto di organizzarsi e uscire allo scoperto, espresso da molte piccole comunità, è sostanzialmente dovuto alla paura di essere indicati a dito, di essere accusati di fascismo e di irredentismo. Oggi esiste il sostegno delle autorità per le attività minoritarie. Per fortuna questo non dipende più di buona volontà delle autorità, ma di regolamenti dell’Ue che hanno imposto alcune regole. Peccato questo atteggiamento non esisteva cinquant’anni fa, oggi le circostanze della italianità sarebbero migliori”.

La sua italianità le ha mai creato problemi prima e dopo la dissoluzione della Jugoslavia?

“Credo di sì, ma non sono sicuro e non voglio parlarne. Purtroppo ci sono modi sofisticati che non sono riconoscibili e spiegabili semplicemente. Si dice che la discriminazione non esiste. Ma, per esempio, nell’ambito di lavoro, quando si sceglie da due candidati anche il nome possa essere ostacolo per il candidato con nome strano. Secondo un rapporto sull’attuazione della Legge costituzionale croata sui diritti delle minoranze nazionali risulta che il 3,5 per cento dei 52.691 dipendenti dell’amministrazione statale, dei servizi e degli uffici del governo croato proviene dalle file delle minoranze. In prevalenza si tratta di persone di etnia serba (1.256, ossia il 2,4 per cento del totale). In questa “classifica” gli italiani occupano il terzo posto, alle spalle dei bosniaci. I connazionali impiegati nell’amministrazione statale, nei servizi o negli uffici governativi sono 89 (0,16 p.c.). Invece, i cittadini di etnia italiana sono lo 0,36 per cento del totale degli abitanti della Croazia. Dunque, sarebbe giusto almeno raddoppiare numero degli impiegati statali croati che si dichiarano di etnia italiana”.

Com’è il rapporto tra comunità slava e italiana in Dalmazia?

La comunità italiana in Dalmazia praticamente non esiste e non si può parlare del rapporto delle due comunità. Per spiegare come si comporta la comunità slava verso i pochi italiani “rimasti” propongo di visitare il sito della Comunità degli Italiani di Spalato dove sta scritto che ‘Non si svolgono attività di rilievo per .. timore’. I croati dalmati, non avendo con loro controversie, hanno simpatie per macedoni, sloveni, ungheresi che vivono tra di loro, ma a causa delle connotazioni del passato il rapporto con la minoranza italiana è speciale.
Incredibile, ma si agita insistentemente lo spauracchio dell’irredentismo, in un’epoca in cui l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea dovrebbe promuovere la fratellanza tra i popoli. E’ difficile spiegare l’antagonismo verso gli italiani che ancora oggi esiste. Arriva dal lontano passato ed è profondamente radicato”.

Secondo lei il governo italiano si prende sufficientemente cura di voi ultimi italiani rimasti?

L’Unione Italiana, organizzazione non governativa sloveno-croata, riceve ogni anno circa 5.400.000 euro dall’Italia. Nel 1996 è stato stipulato a Zagabria l’Accordo italo-croato Dini-Granić per la tutela della cultura e delle popolazioni italiane già residenti nei territori d’Istria, Fiume e Dalmazia. Con l’accordo del 1996 l’Unione Italiana è il referente istituzionale della minoranza italiana in Croazia. Il fatto di aver riconosciuto l’UI come legale rappresentante istituzionale della comunità nazionale italiana in Croazia (leggasi: “unico” referente), è comprensibile da un punto di vista pratico e istituzionale. Avere un referente unico, facilita e velocizza infatti tutti i rapporti e le trattative. Ma da un punto di vista squisitamente democratico, partecipativo, rappresentativo e liberale, è indubbiamente una limitazione e una costrizione. Dopo 27 anni si può dire che l’Italia non tutela gli italiani, la cultura, lingua e il patrimonio italiano, ma tutela le persone cementate nelle poltrone dell’Unione Italiana. La distribuzione dei mezzi finanziari niente ha che fare con la quantità e la qualità dei diritti della minoranza Italiana in Croazia. Purtroppo, la trentennale permanenza negli incarichi di vertice della comunità nazionale italiana di alcuni dirigenti ha con ogni evidenza fatto sì che l’Unione Italiana degeneri in un sistema che non si può definire democratico”.

Come sono i rapporti tra esuli e italiani rimaste in Dalmazia?

Odierni cittadini croati d’origini italiane sono maggiormente figli e nipoti di quelli che hanno scelto di rimanere in Jugoslavia per dare un contributo a creare futura “società senza classi”. Figli e nipoti non sono nati con libretto rosso, ma la loro formazione nell’adolescenza e gioventù crescendo con i genitori filo-comunisti, nel regime comunista, risultava che oggigiorno molti italo-croati sono di sinistra e spesso dividono idee negazioniste. Figli di titini ancor’oggi non permettono eliminare maresciallo Tito dalla odonomastica istriana. Per questo, per molti esuli, i „rimasti“ sono ancor’oggi i nemici. Importante è capire che non siamo noi quelli che hanno scelto la Jugoslavia negli anni cinquanta, non è colpa nostra delle scelte di nostri nonni e che noi, odierni Giuliano-Dalmati non pensiamo tutti nello stesso modo.

E’ ancora oggi in atto un processo di “croatizzazione” degli italiani? In che modalità?

“Certo. In Istria la situazione è un po’ migliore. Gli italiani sono concentrati nella ex-zona B e la costa occidentale dell’Istria e l’italiano si sente per le strade. I dalmati invece sono sparsi lungo la costa frastagliata. In tali circostanze, il processo di assimilazione è dominante. E’ difficile trovare qualcuno oggi in Istria, Fiume e Dalmazia con puro sangue italiano. E’ un processo che si verifica con tutte le minoranze. Inoltre le giovani e medie generazioni, spesso cresciute in famiglie miste, tendono a conformarsi e assimilarsi alla maggioranza”.

Ci sono luoghi simbolo dell’identità italiana riconosciuti da tutti? Piazze, monumenti, chiese?

“Si, certo. Si dice che le pietre parlano italiano, è vero. Centri storici di quasi tutte le città nell’Adriatico portano un indelebile timbro di venezianità. Le piazze e le contrade di Rovigno, Traù, Albona, Parenzo.. danno l’impressione di trovarsi in una qualsiasi città veneta. Molti monumenti sono distrutti, a volte non per l’italianità, ma per ragioni ideologiche del dopoguerra”.

In Italia il 10 febbraio si celebre il Giorno del Ricordo. Un suo ricordo?

“Appena un figlio o una figlia dei “rimasti” cominciavano a pensare con una chiara identità nazionale, dopo qualche bandiera sventolata e un inno cantato, prima o dopo, se ne andavano in Italia. Ogni tanto arrivavano in Italia dei profughi sulle barche, giungevano in porti italiani e chiamavano le autorità per ottenere asilo. Più avanti, negli anni settanta era ancor più facile emigrare. Queste condizioni sono durate 45 anni, fino alla caduta del muro di Berlino. Delle foibe non si poteva nemmeno parlare neanche in famiglia. Quando è venuta la libertà di parola era troppo tardi, molti testimoni erano già morti. In molti casi hanno portato le loro testimonianze nelle tombe senza raccontare niente a nessuno”.

Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

 

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