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Roma, 16 nov – E così anche Daniele De Rossi se ne va, e con lui le ultime tracce di un agonismo ancora relativamente incorrotto dai michelamurgismi contemporanei che comunque permanevano nella Nazionale azzurra. Uscito dalla porta dei gran signori, in cui ha lasciato ai posteri l’unica scenata di un calciatore per non entrare, anteponendo l’interesse generale ai propri 15 minuti di gloria, e, lo si è saputo solo in queste ore, il saluto alla squadra svedese sul pullman, con tanto di in bocca al lupo per il Mondiale, nel pieno dello psicodramma collettivo e del “si salvi chi può”. Degno epilogo, almeno per quel che riguarda la maglia azzurra, di una carriera da bandiera locale e nazionale.



Romanissimo, romanistissimo, eppure capace di tracciare confini precisissimi tra il tifo e il rispetto, tra il furore e l’intelligenza, tra la fazione e la nazione. Ambiti separati tra i quali non occorre scegliere, se si hanno la testa e le palle, se si è DDR, legno storto del gioco del calcio che le autorità morali invano hanno provato a raddrizzare. Ci provano fin dai tempi della scuola. “Le persone del mio liceo – ha raccontato il centrocampista alla rivista francese So Foot – erano dei ragazzi per lo più di sinistra. Io ero con loro, ma non ero come loro. Scrutavo, osservavo, ascoltavo, cercavo anch’io di comprendere qual era la mia identità ma ero meno interessato alla politica. Nella mia scuola c’erano sempre delle autogestioni, dei blocchi, delle occupazioni e devo dire che non ero di quelli che si piantavano con le bandiere ma piuttosto di quelli che ne approfittavano per restare a casa a dormire”. Gomitate in faccia al conformificio progressista, neanche fosse un attaccante yankee (per info citofonare McBride).

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Quelli del tabloid tedesco Bild, invece, alle occupazioni del liceo ci andavano. Nel 2012, prima di un Italia-Germania, definirono De Rossi come un “estremista di destra, fan di Benito Mussolini”. I francesi gli offrono una chance di redenzione, ma all’assist sulla Roma di Fellini e Pasolini risponde citando Trilussa, il poeta antidemocratico amato da Evola: “E’ meno conosciuto all’estero di Fellini e Pasolini ma è uno che Roma l’ha saputa descrivere. Prendi un libro, aprilo: respiri l’odore di Roma. Le parole traspirano romanità”.

In questa romanità sensoriale, carnale, c’è spazio anche per l’odio, contro ogni morale contronatura: “La gente che viene da Roma sa che è un odio calcistico con la Lazio, una rivalità che ti si impone appena scegli una delle due squadre. Ma c’è del rispetto. Durante il derby, allo stadio, mi insultano ma io trovo ciò del tutto normale. E finisce lì. Non ho mai avuto problemi con dei tifosi della Lazio passeggiando per Roma. In nessun quartiere. E questo lo rispetto”. Che questa franchezza indispettisca i funzionari deputati a sorvegliare e punire appare assolutamente naturale. Né De Rossi ha mai cercato di mandare le cose diversamente.

Nel 2010 fece infuriare Manganelli dichiarando papale papale: “Il calcio italiano è ostaggio degli ultrà? No, è ostaggio delle televisioni, degli sponsor, certo anche degli ultrà, però loro sono una parte positiva del calcio. La tessera del tifoso? Non sono favorevole. Non mi piace la schedatura preventiva. Allora bisognerebbe fare anche la tessera del poliziotto. Chi va allo stadio a fare a coltellate non sta bene, come un poliziotto che prende a pugni un ragazzetto sul motorino”.

Non simpatico alla polizia, il centrocampista lo era già diventato dedicando una doppietta in Nazionale al suocero appena scomparso in circostanze violente e controverse. E allora che fare? La famiglia ha sempre ragione? Poiché non siamo in un film di Marco Tullio Giordana, è tutto molto più semplice: “Penso che tra tutte le cose che i genitori dovrebbero trasmettere ai figli ci dovrebbe essere: onorare le persone della tua famiglia, non difenderle sempre a tutti i costi, ma onorarle, rispettarle e ricordarle sempre. Ricordare una persona che amiamo e rendergli omaggio non vuol dire che è giusto fare quello che ha fatto. Non si tratta di copiare dei comportamenti sbagliati né di incoraggiarli. Quel gesto era semplicemente un omaggio a qualcuno a cui ho voluto bene. Non mi sono pentito di quella dedica. Ecco”. Volere bene ai propri cari, non pentirsi, onorare i propri colori, guardare negli occhi gli avversari. No, non è solo calcio, questo.

Adriano Scianca

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5 Commenti

  1. Tecnicamente un sopravvalutato. A livello di squadra, una rovina, insieme a Totti. (Non a caso all’estero nessuno se li è mai filati). I due suddetti non hanno fatto altro che impedire un ricambio e condizionare le scelte degli allenatori. La Roma tornerà ad essere una squadra sana quando si sarà liberata anche di questo giocatore. Capisco l’esigenza di creare miti impregnati di “romanità” ma così è ridicolo…

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