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Roma, 27 set – Ci mancava lo spread. O meglio: non ci è proprio mancato. Eppure, ciclicamente, doni dell’unione monetaria europea, le tensioni sui titoli di Stato immancabilmente ritornano. Facendo aleggiare lo spauracchio di quel novembre del 2011 quando, proprio a causa dell’impennata dei rendimenti dei titoli di Stato italiani, l’esecutivo Berlusconi fu costretto a passare la mano al governo tecnico guidato da Mario Monti.
Ogni volta sembra che la storia si ripeta. Accadde nel giugno di quest’anno e succede adesso che la manovra economica, con il suo lungo dibattito sull’aumento (o meno) del deficit per finanziare le tanto attese misure espansive, sta tenendo banco sui tavoli del governo.
Quale miglior occasione per fare un po’ di terrorismo? C’è chi, impossibilitato a vincere alle urne, si augura che lo spread s’impenni vertiginosamente per tentare l’assalto all’arma bianca contro la maggioranza. C’è chi arriva addirittura ad azzardare previsioni su quanto potrà salire. E c’è chi, in ultimo, con la scusa di una supposta imparzialità lancia allarmi conseguendo però il risultato (voluto?) opposto a quello che si potrebbe immaginare.
Parliamo della Bce, fra le prime ad esprimere preoccupazioni sulla manovra in deficit promessa da Lega e M5S. Nonostante la vulgata la dipinga come organo puramente “tecnico”, in realtà tale non può essere chi concentra nelle proprie mani la politica monetaria, una leva che è precondizione essenziale per la definizione della politica economica. L’Eurotower non è il silente guardiano notturno dei conti pubblici ma può, vuoi con scelte esplicite vuoi con decisioni implicite, se non decidere quantomeno indirizzare buona parte delle sorti dei bilanci statali dell’intera zona euro.
Prendiamo proprio il caso dell’Italia. All’arrivo di Monti, lo spread aveva sfiorato i 700 punti base. Due anni di austerità dopo, era sceso a meno della metà. Complimenti all’ex rettore della Bocconi, dunque? Neanche per idea. Perché nel frattempo tutti i fondamentali dell’economia italiana erano colati ulteriormente a picco: la disoccupazione è passata dall’8 al 12%, quella giovanile ha superato il 40, il rapporto debito/Pil è schizzato dal 116 a quasi il 130% e la crescita del prodotto interno lordo è rimasta costantemente in territorio negativo, vale a dire recessione conclamata. C’erano insomma tutte le condizioni perché i sedicenti “mercati” continuassero a penalizzare l’Italia.
Eppure, come detto, lo spread è costantemente sceso. Cos’è successo allora? E’ successo che, nel luglio del 212, Bce Mario Draghi ha pronunciato il famoso discorso del “Whatever it takes”, manifesto programmatico con il quale il governatore della Bce ha assicurato che sarebbe stta fatta qualsiasi cosa per salvare la moneta unica. Una dichiarazione d’intenti non comune per il compassato mondo delle banche centrali, sufficiente però a far tornare calmi i mercati, che dal quel momento – va ricordato che nel 2011 la crisi dello spread italiano fu innescata da una massiccia vendita operata da Deutsche Bank e dalla sede parigina di Goldman Sachs – non osarono più muovere un dito contro gli stati dell’eurozona. Vi furono sì ancora alcune fiammate, ma anche il più scaltro e cinico speculatore non ha alcun mezzo contro una banca centrale. Specialmente sul medio periodo, dato la facoltà di stampare moneta è in grado di spiazzare chiunque.
Fu dunque Draghi, non Monti, a risolvere la nostra crisi del debito sovrano. Uno scenario che però adesso non sembra potersi ripetere. Si prospetta infatti la fine del Quantitative easing, Draghi è vicino alla fine del mandato e al suo posto è accreditato il “falco” tedesco Jens Weidmann. Una combinazione di fattori potenzialmente esplosiva, con in aggiunta la poca accortezza nello scegliere tempi e metodi nel bacchettare l’Italia: se la Bce dice che lo spread può tornare a crescere, non è da escludere che la profezia si autoavveri per il solo fatto di averlo sostenuto.
Filippo Burla

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