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Roma, 15 ott – Acque agitate nel governo. Se per l’approvazione del Def l’esecutivo si è mosso in maniera quasi granitica contro Ue ed opposizioni, lo stesso non si può dire per quanto riguarda la definizione dei contenuti della manovra. A tenere banco è la proposta cara alla Lega della cosiddetta “Pace fiscale” che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare un nuovo capito del rapporto fra Stato e contribuenti. Ma che si scontra con alcuni malumori dei Cinque Stelle.
A limare le divergenze non sono serviti i vertici di maggioranza che si sono tenuti nei giorni scorsi in attesa del consiglio dei ministri di oggi che dovrebbe licenziare il decreto fiscale. Matteo Salvini spinge per l’inserimento della Pace fiscale come previsto dall’accordo Lega-M5S: “Sono convinto – ha spiegato – che ci sia bisogno di un nuovo rapporto fra italiani ed Equitalia. Gli evasori totali, quelli che non hanno mai compilato la dichiarazione dei redditi, per me devono marcire in galera fino alla fine dei loro giorni. L’artigiano, il piccolo imprenditore o il commerciante che è schiavo di una cartella da 40mila euro da una vita deve poter tornare a vivere e quella cartella va stracciata. Ne sono straconvinto e c’è nel contratto di governo“.
Il ministro degli Interni si riferisce ad un capoverso del punto 9, nel quale si parla per l’appunto di introdurre “una ‘pace fiscale’ con i contribuenti per rimuovere lo squilibrio economico delle obbligazioni assunte e favorire l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica”. La pensa in maniera difforme Luigi Di Maio, forte del fatto che nel contratto non si sia parlato né di cifre né degli esatti confini della misura. Il timore dei pentastellati è quello di dare il via libera ad un vero e proprio condono (in effetti, per come strutturata nelle prime bozze circolate ad oggi, la Pace fiscale vi rassomigliava molto) generalizzato che sarebbe difficilmente giustificabile di fronte alla propria base elettorale.
Filippo Burla