Roma, 13 set – Non mi stancherò di ripeterlo. Occorre variare l’immaginario e ricartografare la realtà. Per sottrarsi alla presa onniavvolgente del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto. Quest’ultimo, presentando surrettiziamente il particolare come universale, non cessa di contrabbandare l’interesse particolare della ristretta quanto cinica classe dominante apolide-finanziaria per interesse universale della società tutta. È – Gramsci docet – la cifra di ogni ideologia e, a maggior ragione, dell’oggi imperante ideologia turboliberista, la più pervicace e invasiva: quella che si presenta proditoriamente come neutra e naturale, ossia come il solo modo legittimo di pensare e di intendere il mondo, almeno dopo la data epocale del 1989.

Di qui, una volta di più, l’esigenza vitale e irrinunciabile di mutare quello che Heidegger ebbe a chiamare il Weltbild, l'”immagine del mondo” o, se preferite, l’orizzonte di senso. La classe dominate liquido-finanziaria e i padroni del discorso che la glorificano a livello superstrutturale lo chiamano “debito pubblico” e lo combattono come tale: in realtà, ritraducendo la sintassi della neolingua dei mercati delocalizzati e deregolamentati gestita dai custodi dell’ordine simbolico, il famigerato e sempre avversato “debito pubblico” sono scuole e ospedali, strade e servizi pubblici. Ossia tutto ciò che palesemente cozza contro il sogno neoliberista di riduzione dell’intero mondo della vita a funzione variabile del mercato capitalistico: il quale non conosce diritti, ma solo merci. Non conosce dignità, ma solo pezzo. Non conosce comunità solidale, ma solo interessi privatistici concorrenziali. In questa prospettiva, la lotta liberista contro il debito pubblico è, di fatto, la lotta in nome della privatizzazione e contro l’interesse nazionale.

È la lotta del global-elitario interesse privato sconfinato e sconfinante contro l’interesse comunitario nazionale-popolare. Lotta contro il debito pubblico e ostinata difesa del privato e della privatizzazione sono i pilastri del discorso egemonico mondialista ribadito con vigoria anche al consesso di Cernobbio di pochi giorni addietro. Con una insospettabile gara al privatismo che ha visto protagonisti anche i membri delle forze governative. A questa oscena deriva liberal-privatistica dobbiamo senza esitazioni reagire, prima che sia troppo tardi. Come? Con la immediata nazionalizzazione di tutti gli assetti fondamentali dell’Italia. A partire, naturalmente, dalle autostrade, anche alla luce della tragedia del ponte di Genova.

E questo di modo che l’interesse nazionale prevalga sull’interesse particolare, che il bene comune prevalga sull’egoismo acquisitivo privatistico. La nazionalizzazione è il vero banco di prova per una cultura e per una politica che, al di là delle vecchie dicotomie divisive, sappiano operativamente contrapporsi alle esiziali dinamiche della mondializzazione capitalistica, che sulla privatizzazione si fonda e senza la quale non potrebbe sussistere.

Diego Fusaro

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4 Commenti

  1. Dissento da parte della premessa ma condivido l idea che lo Stato riprenda a fare lo Stato. La nazionalizzazione delle società di interesse nazionale, ad esempio le autostrade, sono un passo importante e così una regolamentazione a tutela dei lavoratori.
    Una società culturalmente evoluta che vuole rafforzare la sua identità nazionale e migliorare la condizione di vita dei cittadini, si deve inevitabilmente occupare della tutela sociale del popolo e non lasciarlo al libero Mercato.

  2. Basta copiare non Keynes, ma, ovviamente, Mussolini e la sua politica economica.
    Da noi le file per una ciotola di minestra, nel 1929, non ve ne furono e l’Italia degli invasori antifascisti (stranieri ed italiani asserviti), se non avesse sfruttato, dal 1945 agli anni 70, le istituzioni fasciste, sarebbe piombata nella miseria.
    Altro che piano Marshall, l’Iri l’Eni le banche pubbliche ,le industrie ancora integre, tutto questo non creò il miracolo, ma il miracolo era l’eredità del fascismo.
    Eredità che 73 anni di antifascismo stanno dilapidando, ma non sono riusciti ad esaurirla perché l’Italia era un paese ricchissimo e neanche i ladri e gli sciacalli antifascisti non hanno potuto portare a termine la svendita della nazione. O, meglio, siamo ancora in tempo per impedirla.

  3. L’attribuzione al debito pubblico di questa o quella natura è un acrobazia dialettica che denota gravi lacune in una materia da cui il filosofo farebbe meglio a terersi alla larga. Per le nazionalizzazioni occorrono uomini forti e competenti, non intellettuali salottieri che ostentano le ostriche come questo qui.

  4. Claudio Serra, i suoi dati sono privi di fondamento. Le ricordo invece un fatto reale che non viene mai riportato abbastanza: la caduta dell’Unione Sovietica ha provocato almeno un milione di morti.

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