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Roma, 23 ott – Prendete Nietzsche, gli Zetazeroalfa, un orologio e un cellulare, mischiateli con la cinefilia e il metacinema, aggiungete massicce dosi di humour nero e rancore, condite il tutto con il rap, le parolacce, la rabbia e il dialetto marchigiano e otterrete… una bomba (vedere per credere). Stiamo parlando de I predatori, l’esordio alla regia di Pietro Castellitto, figlio d’arte e ancora di più nipote d’arte. Il giovane 28 enne, premiato a Venezia per la sua sceneggiatura – scritta a 22 anni -, debutta dietro la macchina da presa con indubbie doti e anche qualche tratto originale – si pensi alla sequenza iniziale o a certe inquadrature fuori standard – riuscendo nell’impresa non facile di convincere che no, non ha fatto un film solo perché il padre è Sergio Castellitto e la madre Margaret Mazzantini. Anzi la sua pellicola è scorretta e pure coraggiosa.

La storia di due famiglie romane: una ricco-borghese l’altra proletaria e fascista

Lungi da noi fare spoiler, ché vogliamo proprio che andiate tutti al cinema: siam qui a parlarvi dell’opera cinematografica. Eccovi quindi servita subito la sinossi ufficiale, quella con la trama: “È mattina presto, il mare di Ostia è calmo. Un uomo bussa a casa di una signora: le venderà un orologio. È sempre mattina presto quando, qualche giorno dopo, un giovane assistente di filosofia verrà lasciato fuori dal gruppo scelto per la riesumazione del corpo di Nietzsche. Due torti subiti. Due famiglie apparentemente incompatibili: i Pavone e i Vismara. Borghese e intellettuale la prima, proletaria e fascista la seconda. Nuclei opposti che condividono la stessa giungla, Roma. Un banale incidente farà collidere quei due poli. E la follia di un ragazzo di 25 anni scoprirà le carte per rivelare che tutti hanno un segreto e nessuno è ciò che sembra. E che siamo tutti predatori“.

“Un film drammatico che fa ridere”

Bene, il film di Castellitto (che è anche Federico, l’assistente di filosofia con la fissa per Nietzsche – grande amore del regista – stufo dei libri e desideroso di passare all’azione) è un’opera corale fondata sui profondi egoismi dei singoli personaggi, tutti in qualche modo predatori o che vorrebbero tanto esserlo. Un film “drammatico che fa ridere” o una “commedia che fa anche piangere” – come dice il regista, sottolineando che il suo debutto non è riconducibile a un unico genere – che dipinge molto bene i personaggi, con anche il giusto approfondimento psicologico, reso con pochi ma essenziali tratti. Le due famiglie, una ricco-borghese con madre regista dittatoriale – la più predatrice di tutti, che comanda in casa come fa sul set – e l’altra proletaria fascista che gestisce un’armeria – tra buoni sentimenti e tavoli da ping pong con la croce celtica -, sono due facce di una Roma estrema dove le buone azioni non vanno per la maggiore. Anzi.

“Un film anti-borghese e non anti-fascista”

Nei dialoghi che fanno da filo conduttore – alcuni peraltro veramente gustosi, come quello nel pub in cui si scontrano due visioni della storia e del mondo – spesso si ride, ma il sapore è agrodolce, nel solco del meglio della commedia all’italiana (quella dell’età aurea). E’ un film molto parlato, in effetti. E non ha un ritmo molto sostenuto. Ma non lascia quella sensazione di certe pellicole intellettualoidi dove alla fine “non succede un cazzo”, di fatti ne accadono eccome. Quello che emerge in conclusione e per stessa precisazione dell’autore – “è un film anti-borghese non un film anti-fascista“, anche perché, spiega qui l’autore, non ha pregiudizi ideologici – è che i predatori peggiori e più forti sono i ricchi borghesi e non i nostalgici del Duce. E’ che le armi più potenti non sono quelle da fuoco, ma le entrature giuste, stare nel giro che conta. E se sei tagliato fuori, sei frustrato e vuoi esplodere… come una bomba.

Tra tutti i personaggi, quello che ci sta più simpatico è il figlio del proletario armaiolo: un ribelle autentico che a suo modo rompe gli schemi come Federico/Pietro, che attacca ferocemente la generazione dei suoi genitori condannandoli senza appello. E infatti il regista dedica il film “A mio nonno“. Sarà forse il repubblichino Carlo Mazzantini? Andate al cinema…

Adolfo Spezzaferro

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2 Commenti

  1. Tutto molto bello e l’articolo mi ha stuzzicato la curiosità… ma “repubblichino” proprio non si può leggere. E che cazzo, pure qui!

  2. Corretto @Gabriele , repubblichino è un INSULTO per i Camerati della
    RSI che hanno combattuto per L’ Onore d’ Italia !!!!

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