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Bruxelles, 6 dic – Il teatrino europeo contro Viktor Orban e Mateusz Morawiecki – rispettivamente primo ministro dell’Ungheria e della Polonia – si protrae da diverse settimane. E ha come perno centrale il dibattito sulla condizionalità che lega l’erogazione dei fondi del Recovery fund al rispetto del famigerato Stato di diritto. Il problema di fondo, per gli europarlamentari, è la ferma contrarietà di Orban alle imposizioni europee sui diritti delle minoranze. Con un occhio di riguardo alla delicata situazione dei migranti e dei rifugiati, argomento a priorità massima per Bruxelles.

Le due scelte: Stato di diritto o esclusione

A seguito dell’ultimo articolo di Orban – in risposta ad un attacco quantomeno scontato del magnate George Soros – in Europa si sta facendo strada l’ipotesi di cercare un’alternativa che non preveda la presenza di Ungheria e Polonia nella cooperazione sul Recovery fund. Da una parte il leader ungherese ha chiarito esplicitamente che non sottostarà mai ai diktat dell’Unione europea. Dall’altra Bruxelles ha messo nero su bianco l’intenzione di non scendere a compromessi con chi non accetta la condizionalità sullo Stato di diritto. L’unica soluzione possibile, quindi, sembra essere quella esplicitata da diverse personalità di spicco dell’Unione. Uno è il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, secondo cui bisognerebbe “adottare quelle decisioni anche a 25. Sarebbe doloroso, sarebbe una ferita, ma non possiamo fermarci”. Dello stesso avviso sono la cancelliera tedesca Angela Merkel e Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare europeo e membro della Cdu tedesca, che preferiscono un’esclusione a priori di Ungheria e Polonia, continuando i negoziati in maniera “rafforzata” tra venticinque Nazioni al posto di ventisette.

Orban non si arrende al ricatto Ue

La situazione attuale di stallo è figlia e logica conseguenza di un controsenso in essere dell’Unione europea. Ossia l’imposizione aprioristica e cieca di principi sovranazionali in realtà su cui essi non hanno mai fatto presa. Il tentativo di boicottare la politica interna socio-economica dell’Ungheria, a cui Orban fece opposizioni già a fine settembre, si inquadra in un’ottica di ricatto nei confronti dei Paesi che non vogliono scendere a compromessi sulle questioni legate all’immigrazione. Da questo punto di vista, è tremendamente errata la visione di Orban come boicottatore del Recovery fund – propinataci oltremodo dalla stampa nostrana ed europea. Dal momento che il premier non sta facendo null’altro che perseguire la politica sociale che i cittadini ungheresi hanno chiarito di desiderare tramite elezioni democraticamente condotte.

La Ue dovrà trovare una soluzione alternativa

Nonostante la costante pressione mediatica subita da Orban nelle ultime settimane, il leader ungherese ha chiarito le sue intenzioni in un’intervista alla radio pubblica Kossuth. “L’Ungheria non ha bisogno degli aiuti del Next Generation Eu”, ha dichiarato. La fermezza di queste parole non lascia adito a dubbi. Orban non scenderà a compromessi sullo Stato di diritto. Mentre l’Unione europea sarà costretta ad ammettere la “sconfitta” e trovare una soluzione alternativa. Insieme alle Nazioni che decideranno di continuare a sottostare al diktat europeo.

Giacomo Garuti

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