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Via libera agli investimenti cinesi nelle aziende di Stato

Roma, 25 lug – La tratta che collega direttamente il ministero dell’Economia con Pechino dev’essere ormai congestionata. Il primo ad inflazionare la rotta fu, all’epoca, Giulio Tremonti: nei suoi libri in veste di politico e saggista metteva in guardia dal pericolo cinese, salvo poi gettarsi nell’abbraccio dell’estremo oriente alla ricerca di acquirenti del nostro debito pubblico. Una mossa che non valse a salvare Berlusconi dalle massicce vendite che causarono l’impennata del differenziale con i bund tedeschi, ma permise comunque alla paese del Dragone di mettere le mani su circa il 4% della nostra esposizione. Non una percentuale altissima, ma che vale comunque più di un centinaio di miliardi di euro. Abbastanza per poter esercitare una rilevante influenza.



La partita del debito pubblico non fu e non è, tuttavia, l’unica in corso. In volo con direzione Pechino è stato, dopo il grand tour di Matteo Renzi, anche il ministro Padoan. Sarà per la poco entusiasmante quotazione di Fincantieri (che ha portato nelle casse pubbliche la cifra record di zero euro), sarà per il mercato dei fondi europei sonnacchioso di fronte agli annunci di vendita del patrimonio pubblico, dalle parti di via XX Settembre avranno pensato che una visita non proprio di cortesia fosse necessaria per raggiungere direttamente i potenziali acquirenti.

In ballo, a questo giro, è la cessione del veicolo Cdp reti. Si tratta della società, controllata da Cassa Depositi e Prestiti, che detiene le quote di Snam -passata proprio sotto Cdp dopo la separazione da Eni orchestrata in ossequio alle richieste dei fondi d’investimenti dall’esecutivo Monti- e in cui verrà a confluire anche la partecipazione in Terna. La prima si occupa della rete di gasdotti e di siti di stoccaggio, la seconda gestisce invece le linee elettriche nazionali. La cinese State Grid International Development si è detta da tempo interessata ad entrate nel veicolo con una quota di almeno il 35%. Valore dell’operazione due miliardi.

La cessione si inserisce all’interno del piano di privatizzazioni lanciato nei mesi scorsi. «L’impegno rimane assolutamente confermato ci stiamo lavorando con diversi capitoli», ha affermato Padoan, confermando che «gli obiettivi del Def saranno rispettati». Vale a dire che si puntano a raccogliere, con non poche ambizioni, 12 miliardi l’anno da qui al 2017. Sul tavolo ci sono le operazioni di Enav e Poste, ma anche l’alienazione del patrimonio immobiliare. E soprattutto, le cessioni di quote anche di Eni ed Enel (circa il 5% ciascuna, controvalore 6 miliardi), coperte in termini di controllo sulle aziende stesse dall’assurda ipotesi di emettere azioni a voto plurimo.

Così, dopo il protocollo d’intesa firmato con Sace per il finanziamento agli investimenti – alias delocalizzazioni produttive, dopo le oltre 200 acquisizioni aziendali avvenute nel nostro paese negli ultimi anni da parte di imprenditori e gruppi cinesi, ora a Pechino è direttamente il ministro a rivolgersi, nascondendo non troppo velatamente una richiesta di aiuto per la svendita di ciò che resta del patrimonio industriale pubblico.

Filippo Burla



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