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Roma, 10 mar – Palestre e piscine sono chiuse da quattro mesi e i rappresentanti del settore chiedono al governo ristori congrui per il danno economico subito finora. Si tratta di circa 10 miliardi di euro di perdite stimate e quasi un milione di lavoratori rimasti a casa. La chiusura infatti riguarda 180 mila imprese, che contano oltre 700 mila addetti dipendenti e 280 mila professionisti. Un intero comparto in ginocchio.



Palestre e piscine chiedono ristori nel dl Sostegni

Sì, perché se gli impianti sportivi hanno potuto riaprire per soli cinque mesi, adeguandosi alle richieste del Comitato tecnico-scientifico ma perdendo comunue altre quote importanti di fatturato, in realtà è un anno che tutto il settore è in balia degli stop and go. Il nuovo dl Ristori del governo, ribattezzato dal premier Mario Draghi decreto Sostegno, dovrà dunque tenere conto dei ristori per uno dei settori più fiaccati dall’emergenza Covid, quello di palestre e piscine. “Abbiamo mandato l’ultima nota tecnica al governo pochi giorni fa, i fondi ce li dobbiamo andare a cercare tutti”, spiega Andrea Pambianchi, portavoce del Ciwas (Confederazione italiana wellness e attività sportive).

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“Fondi per bonus vari li hanno trovati, ora tocca a noi”

“I 50 milioni che hanno già stanziato per la riforma dello sport come abbattimento della contribuzione nel 2021, con la riforma in realtà già spostata al 2022, speriamo li spostino ancora. La priorità è ora quella del decreto – chiarisce Pambianchi, che è anche proprietario di diverse palestre -. I fondi per il cashback, per il bonus monopattini e per il bonus rubinetti li hanno trovati: siamo noi che dobbiamo essere sempre più presenti, quindi”. E battere cassa. Anche perché, complici le varianti del virus e le nuove strette in arrivo, è difficile che – come chiede Salvini – palestre e piscine riaprano il 7 aprile.

La Camera ha respinto l’emendamento FdI per la riapertura di palestre e piscine

L’occasione per chiamare a raccolta i gestori del comparto è l’incontro online “I ristori e altri ‘salvagenti’ per i gestori di piscine e impianti sportivi“, promosso da ForumPiscine in collaborazione con Fin (Federazione italiana nuoto) nell’ambito del ciclo dedicato ai gestori delle piscine pubbliche, sempre più in difficoltà. Come se non bastasse, ieri è arrivata una nuova beffa, per il settore. Il no della Camera all’emendamento FdI che chiedeva la riapertura di palestre, piscine e scuole di danza, nelle zone bianche e gialle, rispettando i protocolli in vigore.

Pambianchi spiega che “la prima cosa ottenuta per il settore, nel decreto Cura Italia, è stata la proroga delle concessioni poi ulteriormente sospese, con una riduzione del 50% degli affitti per cinque mesi. Purtroppo non è stata confermata, nonostante gli annunci dell’ex ministro Vincenzo Spadafora a inizio agosto. Avanti quindi con le battaglie su voucher, affitti e proroghe. Senza scordare – ci tiene a sottolineare – il lavoro su protocolli sanitari più corti della storia: sono durati solo tre giorni, dal 23 ottobre al 26 ottobre”.

Il presidente dell’Anif: “Risorse a fondo perduto solo fino al 2% del mancato costo economico”

Sulla stessa linea Giampaolo Duregon, presidente dell’Anif (Associazione nazionale impianti e fitness): “Su ristori, affitti e credito d’imposta presentammo una ventina di emendamenti con i primi tre decreti, l’abbiamo rifatto a novembre ma con risultati inferiori. Ora aspettiamo il nuovo decreto ribadendo le richieste, su voucher e risorse a fondo perduto”, ma non solo. “Sui centri sportivi – precisa Duregon – le risorse a fondo perduto non sono state mai sopra al 2% del mancato costo economico. In Germania è stato dato invece il 75%. Quando abbiamo presentato tutte le richieste economiche principali a fondo perduto, il ministero dell’Economia le ha respinte perché superavano i fondi messi a disposizione. Prima mettono i fondi e poi li dividono, diciamo. Su 100 mila centri sportivi, i ristori sono arrivati a 30 mila, e perché ne hanno fatto richiesta“. Un sistema che non funziona, dunque.

I numeri della crisi del settore

I numeri d’altronde parlano chiaro. Un centro di piccole-medie dimensioni accusa un mancato flusso economico di 40-50 mila euro al mese, uno di grandi dimensioni dai 100 mila euro in su. Per otto mesi, si sale quindi dai 400 mila al milione di euro. Anche se i gestori chiedessero al governo il 50%, si arriverebbe a cifre che superano i 2-3 miliardi di euro. “Per questo il ministero ha sempre bocciato a monte queste richieste, anche se è veramente complicato così”, fa presente Duregon.

Ludovica Colli

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