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Roma, 8 mar – Sono giorni frenetici al Nazareno. Più che la discussione sul prevedibile tonfo elettorale, nel Pd a tenere banco è il futuro immediato: alleanza di governo con i 5 Stelle sì o no? In realtà quasi tutti, a parole, sono schierati sul fronte del no. In primis il segretario dimissionario Matteo Renzi, che in realtà tiene in ostaggio il partito, dichiarando di levarsi di torno solo dopo la formazione del nuovo governo: punta a farsi “cacciare” da chi poi l’alleanza con Di Maio la stringerà. Anche la minoranza, con il ministro Orlando, è convinta che “all’opposizione si possono fare molte cose” ma chiede la testa immediata di Renzi, colpevole non solo della “disfatta” ma anche di aver spostato la discussione sui 5 Stelle per evitare di parlarne. Aperti ad un accordo con i pentastellati appaiono invece Emiliano e Chiamparino.
Chi invece al momento preferisce rimanere in silenzio è il presidente del Consiglio Gentiloni. Insieme a Franceschini e Delrio farebbe parte del “partito di Mattarella” all’interno del Pd, quello che starebbe lavorando all’accordo con i 5 Stelle per garantire un governo, ai quali sarebbero rivolti gli strali di Renzi degli ultimi giorni “chi vuole fare l’accordo con i 5 Stelle esca allo scoperto”. In tutto questo caos si inserisce l’attivismo dell'”homo novus” del Pd uscito sconfitto dalle urne, il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che a sorpresa ha deciso di iscriversi al partito proprio in questi giorni. Con quale scopo? “Non ho nessuna pretesa di fare il segretario del Pd”, ha chiarito subito Calenda che poi ha aggiunto: “Un leader c’è ed è a Palazzo Chigi, fa il presidente del Consiglio”.
Ecco dunque che Calenda arriva per porsi in asse con Gentiloni. Il ministro però ha subito precisato che “se il Pd si allea con M5S il mio sarà il tesseramento più breve della storia”, ma ha anche detto “ho voluto dare anche un segnale del fatto che se il Pd non recupera l’Italia è a rischio, abbiamo bisogno di un partito con cultura di governo e riformista”. Insomma, nessuna alleanza con i 5 Stelle ma al tempo stesso un partito di “governo” e non di “opposizione” come vorrebbe Orlando. O Calenda punta ad una alleanza di governo alternativa, dunque con il centrodestra, o sta lavorando da parafulmine per Gentiloni, che non può esporsi, aspettando i tempi maturi per permettere l’alleanza con i 5 Stelle quando non ci saranno più alternative al ritorno al voto.
In tutto questo però si rischia di perdere di vista il dato iniziale. Il tonfo del Pd divenuto ormai un partito di classe “al contrario”: ovvero il partito delle élite. Anche senza gli studi della Luiss che dimostrano numericamente come il Partito Democratico prenda voti praticamente solo tra le classi più abbienti, basta vedere la composizione dei collegi nelle due più grandi città d’Italia: il Pd vince al centro di Milano e nella Roma “bene”. “La sinistra crolla ovunque ma ai parioli si continua a lottare”, l’articolo di Linkiesta sintetizza perfettamente la lontananza del Partito Democratico dal popolo, sottolineando la vittoria della Madia nel collegio che comprende i parioli con il 36%.
Dunque è alla luce di questi dati, oltre che alla guerra di potere interna al Pd, che va interpretata l’adesione di Calenda. Perdi nelle zone popolari e nelle periferie? Cosa pensi bene di fare? Di puntare su un pariolino “doc” come il ministro dello Sviluppo Economico. Calenda è lo stereotipo del radical chic. Figlio del banchiere Fabio Calenda e della regista Cristina Comencini (lo ebbe giovanissima a 17 anni), viene cresciuto dal nuovo compagno della madre il produttore cinematografico Riccardo Tozzi. Nella sua infanzia felice nel villino ai Parioli, a 10 anni recita anche nello sceneggiato “Cuore” girato dal nonno Luigi Comencini, vanta nella sua famiglia anche ascendenze nobili. Gli stessi Calenda sono nobili napoletani mentre la nonna materna è una Grifeo di Partanna.
La svolta arriva sotto l’ala protettiva di Luca Cordero Di Montezemolo, quando divenne assistente dell’allora presidente di Confindustria. Da bravo uomo delle élite viene eletto nel 2013 con Scelta Civica di Mario Monti. Nominato poi da Renzi,  non senza polemiche, Rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione Europea, nel 2016 diventa ministro dello Sviluppo Economico con Renzi, rimanendo poi in sella anche con il passaggio di consegne a Gentiloni. Dopo il tonfo elettorale del Pd che segna la massima distanza dalle classi popolari, il pariolino espressione pura della classe dirigente decide di iscriversi per guidare il partito nei “giochi di palazzo”. Proprio quello che serve per recuperare il rapporto con il popolo. Bene ma non benissimo, se l’obiettivo è quello di affossare completamente il Partito Democratico.
Davide Di Stefano
 

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2 Commenti

  1. ….e poi c’è chi dice che, nella moderna democrazia, non esistano più ne re e principini…Un principino ”radical PD”..

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