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La "questione meridionale": ripartire dal Sud, ripartire grazie al Sud

by La Redazione
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Roma, 16 dic – A dispetto delle dichiarazioni di Conte nel suo primo discorso al Senato nel giugno scorso («Nel contratto di governo il Sud è dappertutto») e nonostante un ministero espressamente dedicato, la questione meridionale pare non rientrare seriamente nell’agenda del governo gialloverde. Una ricerca testuale rivela che la parola «Sud» (con le varianti «Meridione», «Mezzogiorno» e altri affini) nel contratto di governo compare soltanto sei volte: la prima volta nell’indice, la seconda in relazione alla questione dell’Ilva, mentre tutte le altre attestazioni si trovano nel capitoletto al Sud espressamente dedicato (appena otto righe, sic!). Nel corso dei dibattiti sulla manovra economica, mai è emersa un’attenzione particolare verso il Mezzogiorno d’Italia, se non in relazione alla perniciosa misura del reddito di cittadinanza, che evidentemente non è ciò di cui il Sud ha bisogno per ripartire. O il Sud è ripartito senza che ce ne fossimo accorti e dunque non ha più bisogno che gli si riserbi un’attenzione particolare – ma non è affatto così – o, per l’ennesima volta, il Sud è stato dimenticato.
Al capitolo 26 del contratto di governo sono riassunti gli intenti programmatici della maggioranza di governo in materia di Mezzogiorno: «Con riferimento alle Regioni del Sud, si è deciso, contrariamente al passato, di non individuare specifiche misure con il marchio “Mezzogiorno”, nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste dal presente contratto (con particolare riferimento a sostegno al reddito, pensioni, investimenti, ambiente e tutela dei livelli occupazionali) sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l’obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud». Una contraddizione in termini, perché, visto che il gap esiste ed è significativo, specifiche misure sembrano necessarie: soltanto dopo si potrà puntare ad uno sviluppo economico omogeneo per il Paese. Come sarebbe altrimenti possibile centrare questo obiettivo, se, per dirne una, da Milano raggiungi Bologna, distante oltre 200 km, in poco più di un’ora con un treno Frecciarossa mentre da Palermo a Messina, distanti una decina di chilometri in più, non impieghi meno di due ore e mezza con un regionale veloce? Si potrebbe pensare che indirizzi programmatici del genere rispondano alla volontà della componente ‘verde’ del governo, storicamente a trazione nordista e sprezzante verso sprechi, politiche e cultura del meridione, ma in realtà così non è: anche il M5S ha la sua parte, sia per le sue idee strampalate sul rilancio del Sud (si veda il già citato reddito di cittadinanza) sia per la sua ferma opposizione al progresso e all’innovazione, in tema di grandi opere pubbliche così come per lo smaltimento dei rifiuti.
Dal Sud si scappa: l’ultimo rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno riporta che «negli ultimi 16 anni hanno lasciato il mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero». Ripopolare il Sud e riattrarvi gli emigrati sono priorità ineludibili. Altro che modello Riace.
Più di ogni altra cosa, è il capitolo delle infrastrutture a rivelare il grande divario tra Nord e Sud. Le strade siciliane, ma non solo, sono notoriamente, e da anni, disseminate di cantieri, frane, buche, avvallamenti e pericoli vari. Uno stato di degrado permanente per rimediare al quale occorrono essenzialmente tre cose: soldi, pianificazione, controlli. Per quanto riguarda il trasporto su rotaia, la situazione non è di certo più felice: in Sicilia, le linee a semplice binario coprono distanze cinque volte maggiori rispetto a quelle a doppio binario, l’alta velocità non è neppure un progetto e – tanto per cambiare – i treni sono perennemente in ritardo; considerando l’intero mezzogiorno, gli scenari non sono più promettenti. La situazione è drammatica anche per quanto riguarda le infrastrutture scolastiche: il mancato rispetto delle normative in materia di sicurezza e i gravi ritardi nella manutenzione rendono le scuole meridionali poco sicure. Basta leggere il XVI Rapporto sulla sicurezza delle scuole presentato da Cittadinanzattiva per avere maggior contezza della situazione. Alcuni dati flash: secondo il campione esaminato, al Sud solo il 17% delle scuole ha il certificato di prevenzione incendi, il 15% quello igienico-sanitario, il 15% quello di agibilità, il 18% il collaudo statico (al Nord queste percentuali sono quasi triplicate); tra gli oltre 18.000 edifici scolastici ubicati in zone ad elevato rischio sismico, circa la metà si trova tra Sicilia, Campania e Calabria; in Calabria la verifica di vulnerabilità sismica è stata effettuata solo nel 2% degli istituti; in Friuli Venezia Giulia il 60% del campione esaminato si dice pronto a fronteggiare eventuali emergenze, in Calabria solo l’1%. Anche su questo fronte avremmo dovuto registrare un impegno prioritario da parte del governo, in modo da snellire le procedure e velocizzare gli interventi, da attuare controlli serrati e punire i trasgressori, da verificare la vulnerabilità sismica di tutti gli edifici scolastici e da diffondere una cultura della sicurezza.
Infine, non si può sorvolare sul capitolo rifiuti, peraltro assurto agli onori di cronaca negli ultimi tempi per via delle divergenze di vedute tra il M5S, fortemente ostile alla costruzione di termovalorizzatori nel meridione, e la Lega, che ne vorrebbe addirittura uno per provincia. La virtù sta nel mezzo, ma la retorica pentastellata, per la quale i termovalorizzatori sono un male e comunque non rappresentano una soluzione immediata al problema, rischia di essere quanto mai perniciosa per il Sud. Vero, l’emergenza rifiuti è fatto assolutamente attuale cui bisogna porre rimedio in tempi brevi, e la costruzione di un termovalorizzatore richiede diversi anni, per cui è evidente che non può rappresentare una soluzione nel breve termine. Ma è proprio questo ostinato opporsi a queste opere, che magari oggi non risolvono il problema ma potrebbero farlo tra sei/sette anni, allorché il problema si ripresentasse, che non permette al mezzogiorno di colmare il gap che lo separa dal Nord, che non solo possiede i termovalorizzatori e grazie ad essi non ha da gestire grosse situazioni emergenziali, ma aiuta anche quelle regioni del Sud che i termovalorizzatori non li vogliono e che, per ciò stesso, vivono situazioni disastrose. Quantunque non si tratti della soluzione unica al problema dei rifiuti, questi impianti rappresentano comunque uno strumento indispensabile perché possa essere realizzato pienamente il progetto di un’economia circolare, accanto alla raccolta differenziata e al riciclo.
Insomma, al Sud servono investimenti, servono infrastrutture, servono opere pubbliche, piccole e grandi. Non si tratta soltanto di colmare la distanza con il Nord. Si tratta, anche grazie al conseguimento di quest’ultimo obiettivo, di far crescere in maniera omogenea e forte una Nazione che non può non vedere nel Sud un’opportunità di sviluppo da sfruttare, non solo dal punto di vista economico, ma anche in ambito sociale, culturale e umano. L’inefficienza e la corruzione dilagante hanno la loro parte nel degrado del Sud? Certo, ma non per questo si può commettere il grave errore di considerare il mezzogiorno come una causa persa a prescindere e, quindi, di ridurre la spesa per paura di gettar via risorse inutilmente. Il Sud dovrà fare la sua parte, con una più accorta selezione della propria classe dirigente, con una lotta senza quartiere alla criminalità e all’illegalità diffusa, ostacolo a qualsiasi progetto di crescita. Ma, in ogni caso, il Sud deve ripartire. È nell’interesse di tutta la Nazione.
Giuseppe Scialabba

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