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Roma, 16 dic – La nota vicenda legata al derivato Santorini pare stia volgendo al termine. L’aspra battaglia legale, durata cinque anni, che ha visto contrapporsi Deutsche Bank e la Fondazione Mps (come parte lesa) si concluderà con un accordo transattivo. La banca tedesca pagherà all’Ente toscano 17,5 milioni di euro «a saldo e stralcio» della causa avviata davanti al Tribunale di Firenze.
La vicenda giudiziaria nasce nel 2013 quando la Fondazione del Monte dei Paschi di Siena avvia un’azione di responsabilità e di risarcimento del danno nei confronti dell’istituto di credito di Francoforte, di Nomura (multinazionale giapponese di servizi finanziari) e dell’ex direttore generale di Montepaschi Antonio Vigni. Al centro di tutto i due strumenti ristrutturati dalle suddette banche internazionali: il derivato Santorini e l’Alexandria. Per comprendere quanto accaduto è necessario ricostruire la vicenda dall’inizio.
Nel 2008 Rocca Salimbeni guidata da Giuseppe Mussari si svena per acquistare Antonveneta a un valore doppio di quello di mercato. L’anno si chiuse con un calo del titolo del 49% e dei profitti del 47%. Nello stesso periodo i senesi avevano maturato una perdita di 367 milioni su un contratto derivato aperto con Deutsche Bank. Per tappare queste due voragini era necessario un’operazione di finanza creativa che servisse a nascondere le falle dell’antico istituto di credito toscano. In questo contesto matura la decisione di nascondere la polvere dei debiti sotto il tappeto di un veicolo finanziario: il derivato Santorini. Francoforte apre due opzioni (digital option) con la banca senese sull’andamento dei tassi di interesse legati all’euro. Quando si parla di derivati è bene sempre ricordare che non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco bensì “derivano” il loro valore da altri prodotti ovvero da beni reali alla cui variazione di prezzo essi sono agganciati. In questo caso la scommessa non è servita a salvare Montepaschi. Per questo la Fondazione Mps (che deteneva una considerevole quota di azioni dell’istituto toscano) ha deciso di denunciare chi si è reso complice di quella sciagurata operazione finanziaria.
Questa vicenda serve anche ad accendere un faro sul rapporto malato tra banche e derivati. Negli ultimi venti anni il loro peso è cresciuto a dismisura. Dai dati R&S-Mediobanca risulta infatti che a fine 2017 alle prime 27 banche continentali facevano capo derivati per un valore nozionale di ben 283mila miliardi. A detenere questo triste primato è la Deutsche Bank, anche per questo l’istituto di Francoforte è una bomba destinata ad esplodere. Se vogliamo evitare di rivivere una nuova crisi legata ai titoli tossici è bene che gli istituti di vigilanza focalizzino la loro attenzione sui rischi legati all’innovazione finanziaria.
Salvatore Recupero



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