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Roma, 26 giu – La “macchie di leopardo” di Matteo Renzi sono probabilmente destinate a fare la fine del tormentone mediatico sul giaguaro da smacchiare di Bersani. In entrambi i casi, il felino finisce per divorare gli “statisti” di sinistra che si preoccupano delle sue macchie. La lettura che l’ex premier ha dato dei ballottaggi alle amministrative è surreale: i risultati, ha scritto Renzi su facebook, “sono a macchia di leopardo”, dato che “nel numero totale di sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e l’Aquila ma siamo felici delle affermazioni di Sergio a Padova, di Rinaldo a Taranto, di Carlo a Lecce. Ma più in generale da Ermanno a Cernusco sul Naviglio fino a Francesca a Sciacca, da Marco a Mira fino a Tommaso a Molfetta tutta Italia vede risultati belli e sorprendenti di alcuni dei nostri”.

Ci vuole un bel coraggio per parlare di Cernusco sul Naviglio, quando nei centri più grandi il centrodestra passa da 5 a 15 comuni e il centrosinistra frana da 15 a 4, con risultati dall’alto valore simbolico come l’ex roccaforte rossa Genova. Il Pd, insomma, ha perso nettamente, checché ne pensi Renzi. Ha perso per molti motivi messi insieme. Intanto per alcuni disastri locali, tipo Genova, dove ne ha combinata una dietro l’altra, con buona pace del mito del buon governo rosso a livello amministrativo. Ha perso perché non ha saputo trovare la quadra rispetto alle sue divisioni interne, non sembra più avere un progetto vincente e vivacchia in vista di non si sa bene cosa. Ha perso per alcuni tratti specifici del suo governo sia locale che nazionale, a cominciare da un’estrema confidenza col mondo bancario e dal suo immigrazionismo insensato. Ha perso, infine, per l’effetto logoramento di cui soffre chi sta da troppo tempo al governo.

Se il Pd indiscutibilmente perde, agli occhi di tutti tranne che a quelli di Renzi, chi è che vince? Incredibilmente sembra resuscitare il centrodestra, che sembrava destinato a fare da comprimario al bipolarismo Pd-M5S. Si afferma, in particolar modo la Lega, che al nord quasi sempre surclassa Forza Italia, mentre al centrosud continua a non esistere, dato che il progetto salviniano non è mai partito. Ora il segretario del Carroccio tornerà a battere i pugni sul tavolo in cerca di una leadership sulla coalizione che Berlusconi non gli concederà mai. Ma lo strappo tanto annunciato non arriverà. Anzi, oggi è ancora più lontano. Il centrodestra, quindi, rilancia se stesso verso la possibile guida del Paese, ma senza sapere dove portarlo, con tutte le sue contraddizioni ataviche ancora in bella mostra. I grillini, dal canto loro, non possono essere liquidati con troppa fretta. Alle elezioni locali non conoscono mezze misure: o stravincono o non esistono, a seconda del fatto che riescano a organizzarsi, a radicarsi, a trovare un candidato presentabile oppure si affidino a qualche Carneade della rete mandato al macello. Questo turno ha visto principalmente questa seconda opzione, ma alle politiche sarà un’altra storia. Insomma, il tripolarismo è più forte che mai, con tutte le incognite sulla governabilità. Le larghe intese sembrano sempre più il nostro orizzonte ineludibile. A meno che…

Adriano Scianca

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