Roma, 16 giu – Dopo l’ennesimo rinvio, arrivato ieri, per la presentazione delle offerte per Alitalia, si riapre di nuovo la girandola dei nomi destinati a giocare la partita sui destini della nostra compagnia di bandiera. Un tavolo, stando alle indiscrezioni, ormai affollatissimo. Ed in cui l’unico socio forte che può salvare il vettore, vale a dire il pubblico, sembra sempre più in balìa degli eventi.

I conti di Alitalia

Dopo la concessione del prestito-ponte da 900 milioni del 2017, sul reale stato dei conti di Alitalia è sceso una sorta di mistero. Pochi numeri nero su bianco, molte ricostruzioni parziali. Parliamo di cifre (e di rossi) importanti. 200 milioni di perdita nel 2015, quasi 500 nel 2016, oltre 600 nel 2017 ridotti a poco più di mezzo miliardo l’anno scorso, quando i ricavi sono tornati sopra i 3 miliardi. E continuano a crescere: +2,6% nei primi mesi del 2019, con anche i passeggeri in aumento.

La cura dei commissari sembra insomma farsi sentire. Insufficiente per dichiarare Alitalia fuori dalle secche in cui l’aveva lasciata l’esperienza Etihad, ma abbastanza per vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.

I giochi attorno agli assetti proprietari

In un quadro che dal punto di vista della gestione – pensiamo ad esempi agli investimenti bloccati: la gestione commissariale non ha titolo per effettuarne – resta comunque desolante, va se possibile addirittura peggio guardando alle prospettive future.

Le uniche discussioni in merito ad Alitalia, ad oggi, ruotano infatti esclusivamente attorno a quale sarà la compagine proprietaria che ne rileverà le attività. Da una parte abbiamo Ferrovie dello Stato con il 30% e il ministero dell’Economia pronto a convertire il prestito ponte in quote sociali per il 15%. Dall’altra Delta Airlines, pronta ad entrare con un altro 15%. Il resto? Mistero. Si parla di Atlantia, che intende vestire il candido manto del cavaliere che salva Alitalia e in cambio ottiene garanzie sulle concessioni autostradali. Ma c’è anche l’offerta semiseria di Claudio Lotito, insieme al redivivo gruppo Toto.

Piano industriale cercasi

Tanti nomi, un grande assente. Si parla tanto di equilibri fra i soci prossimi venturi e dei relativi interessi, ma senza mai menzionare ciò di cui Alitalia avrebbe veramente bisogno. Non cioè di sapere come sarà strutturata la compagine azionaria del futuro, ma di capire cosa vuol fare la compagnia da grande.

Ciò che è mancato, nel corso di tutti questi anni, è un piano industriale che fornisse ad Alitalia gli strumenti per poter competere nel tremendo mercato del trasporto aereo. Prendendo atto dell’impossibilità di competere con le low-cost nel breve raggio, investendo invece per tornare protagonista su quelle tratte intercontinentali che ancora garantiscono una buona redditività.

Nazionalizzazione extrema ratio

La strada non è agevole. E richiede, anzitutto, una dotazione per il rinnovo di una flotta attualmente inadeguata. Occorrono investimenti per rinnovarla, spostando il focus dalle rotte nazionali europee a quelle verso le Americhe, l’Asia e l’Africa. Là dove le varie Ryanair ed EasyJet (ancora) non arrivano.

Parliamo di investimenti nell’ordine dei miliardi di euro – perché i velivoli per il lungo raggio costano dai 200 milioni l’uno a salire – che né Ferrovie, ne Delta, né Atlantia possono (o vogliono) garantire. Ma che rappresentano, allo stesso tempo, l’unica via di salvezza per i destini di Alitalia. Una via che può essere garantita solo da un massiccio intervento pubblico. L’ultima chiamata, prima di rinunciare definitivamente alla A tricolore sugli impennaggi di coda.

Filippo Burla

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