Roma, 22 ago – Tra Taiwan e Cina meglio la pace che la guerra, e non certo per gli atteggiamenti fricchettoni e pure un po’ stupidotti da peace and love da figli dei fiori anni Settanta, ma perché i conflitti, specie quando si trovano in contesti strategicamente affini al resto dell’economia mondiale, possono provocare crisi pericolose.

Taiwan e Cina, la pace è meglio: ecco perché

Dovrebbe essere una lezione che stiamo imparando a nostre spese, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, che in pochi mesi ha fatto schizzare alle stelle i prezzi dell’energia, dei carburanti e perfino dei generi alimentari di prima necessità (come il grano). Questo sebbene, per onor del vero, il caro energia elettrica fosse iniziato anche qualche tempo prima. Lo stesso potrebbe avvenire nel caso di Taiwan e di una pace definitivamente “rotta” con la Cina. E il fattore scatenante potrebbero essere ancora una volta le sanzioni, come riportato da Agenzia Nova: misure economiche ostili che partirebbero ancora una volta dagli Usa e dal restante impero, tanto europeo quanto nipponico, al loro seguito. Queste possibili sanzioni, secondo il quotidiano giapponese Nikkei, danneggerebbero l’economia mondiale per un valore che si stima intorno ai 2.600 miliardi di dollari. Il quadro sarebbe drammatrico e causato, secondo un rapporto presentato al Consiglio di Stato della Cina in aprile, da una chiusura di Pechino all’economia mondiale, forzata per ragioni di embargo. Così si legge nel testo: “Se gli Usa e i loro alleati si attivassero per varare sanzioni, il nostro Paese tornerebbe a un’economia pianificata chiusa al mondo”.

Il valore di un blocco degli scambi tra Cina e resto del mondo

Il peso dell’economia cinese è, ovviamente, il fulcro del rapporto del Consiglio di Stato: esso analizza i dati dei flussi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), per poi studiare gli effetti di un freno agli scambi. Ed è in questo frangente che le stime diventano drammatiche. Forti dell’esperienza ucraina, gli analisti hanno rilevato che una guerra “farebbe evaporare 2.610 miliardi di dollari”, ovvero il 3% del Pil mondiale. Secondo i dati di Nikkei il Pil della Cina è dieci volte superiore a quello della Russia, senza notare i legami commerciali con l’Occidente: solo queste due piccole note dovrebbero rendere evidente il cataclisma che ne deriverebbe.

Stelio Fergola

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