Roma, 11 ago – Elezioni in autunno come vuole Salvini, o governo del presidente (leggi inciucio), sostenuto principalmente dai renziani del Pd e dai 5 Stelle, che faccia slittare il voto (almeno) a primavera 2020? La partita fondamentale sul voto si gioca proprio dentro il Partito democratico. Perché se il Movimento 5 Stelle, con le parole forti di Beppe Grillo, ha fatto capire di essere pronto a sostenere un Conte bis con una maggioranza con dentro chiunque (Pd, LeU, Forza Italia, Belzebù non fa differenza) pur di evitare il voto in autunno, tra i dem la spaccatura è netta. Da una parte ci sono Renzi e i suoi che parlano del voto subito come di una “follia”, dall’altra c’è il segretario Nicola Zingaretti che ribadisce l’impossibilità di qualsiasi accordo coi 5 Stelle e indica la via del voto in autunno come l’unica percorribile. 

Al Pd convengono le elezioni, a Renzi no

La questione è questa. Per il Pd sarebbe conveniente andare al voto subito, capitalizzare i 4-5 punti di vantaggio sui 5 Stelle e proporsi come principale forza di opposizione. E soprattutto Zingaretti avrebbe la possibilità di mettere in Parlamento persone di fiducia e fare fuori i renziani. Proprio per questo Matteo Renzi di andare al voto subito non ne vuole  sapere e cerca di arrivare almeno alla primavera 2020, probabilmente per avere il tempo di concretizzare la scissione e presentarsi con un proprio soggetto politico alternativo al Pd. La strategia renziana viene smascherata e bocciata da Carlo Calenda: “Governo tecnico per qualche mese, votato dal Pd, M5S e Forza Italia, per fare cosa? La manovra più dura degli ultimi anni. Prendere qualche mese per fare un partito? E’ folle quello che tratteggia Renzi, è un tentativo di prendere qualche mese in più”.

Zingaretti: “Nessun accordo con i 5 Stelle”

Ancora più netto lo stop di Zingaretti all’iniziativa renziana: “Nessun sostegno a ipotesi pasticciate e deboli”, scrive sul suo blog sull’Huffington Post il segretario dem, “si riproporrebbe ingigantito lo stesso problema tra poche settimane. Di fronte a una leadership della Lega, che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata, è credibile imbarcarsi in un’esperienza di governo pd/ 5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Non votare darebbe a Salvini uno spazio immenso di iniziativa politica tra i cittadini”. 

Quanto pesa il partito del non voto

Insomma la partita decisiva si gioca dentro al Pd. Il partito del non voto per tirare fuori una maggioranza trasversale avrebbe bisogno di tutti i parlamentari “renziani”. Soprattutto al Senato. A palazzo Madama l’ex premier conta teoricamente su 35 senatori (su 51 del Pd), mentre alla Camera dovrebbe stare sui 60 deputati (su 111 del Pd). Al Senato dunque tra i 107 pentastellati e i 35 teoricamente renziani ci si avvicina alla soglia di 161, che potrebbe essere raggiunta con qualcuno del gruppo misto, LeU e qualche “responsabile” di Forza Italia. Bisogna però vedere all’interno del Pd se una spaccatura così netta sarebbe possibile, dopo la linea netta espressa dal segretario. E soprattutto dovrà essere testato il grado di fedeltà dei “renziani” allo stesso Renzi, ora che la stella dell’ex sindaco di Firenze non sembra brillare come un tempo.

Davide Di Stefano

Commenta