L’aggressiva social media manager dell’INPS, il team sempre sul pezzo del ministro dell’Interno Matteo Salvini, ma anche quelli di alcune onlus balzate agli onori delle cronache. La figura del Social manager, o più correttamente “Social media manager” esercita ormai un certo fascino, non solo tra i più giovani. Una connessione internet, un po’ di creatività, un archivio di immagini prive di copyright da utilizzare alla bisogna: basta davvero solo questo per aspirare al ruolo?

La domanda sembra retorica, e lo è: chiaramente non basta. Alcune cose che tra le altre vanno fatte sono infatti:

  • Controllare appena si inizia cosa è successo la notte. Questo comprende leggere le nuove email, verificare su Twitter repliche, notifiche e menzioni, controllare Facebook e gli altri social media, commentare, rispondere alla posta, interagire.
  • Visitare il sito aziendale più volte al giorno per osservare le novità, controllare regolarmente i feeds per individuare subito le news, i video, i post dell’eventuale blog
  • Lavorare agli aggiornamenti, discutere con i grafici l’elaborazione di contenuti visivi per inviare un messaggio il più possibile efficace e accattivante.
  • Monitorare le menzioni dell’azienda fatta nei vari social, che possono contenere importanti feedback nei confronti della propria azzienda
  • Programmare vari post, controllare le statistiche, provenienza, crescita o meno del traffico, anche per individuare i punti deboli e quelli forti della propria comunicazione

Queste solo alcune delle cose che un social media manager deve fare durante il giorno e che rendono il suo tutt’altro che un lavoro facile o rilassante. Senza contare il fatto che i vari social richiedono linguaggi e mezzi di comunicazione diversi, rivolti a pubblici differenti, e che si va verso una sempre maggiore specializzazione in merito. Questo è in effetti uno degli errori più comuni di un social manager improvvisato: pensare che – ad esempio – per postare un contenuto su Instagram sia sufficiente aggiungere una foto adattata al testo di facebook, o che su Twitter sia sufficiente accorciarlo per stare nel limite dei caratteri. No, nemmeno in questo caso è così.

Inoltre. l’abitudine quotidiana di tutti a gestire i propri social personali può a volte ingenerare il convincimento, o più semplicemente il riflesso condizionato – e qui la vicenda della manager della pagina Facebook di “INPS per la famiglia è davvero emblematica – di poter portare nel medium dell’azienda il proprio carattere, i propri vezzi, le proprie idiosincrasie. Ma quello non è il vostro social e – può sembrare lapalissiano ma è un errore comunissimo – non state rappresentando voi stessi, ma l’azienda che vi sta pagando.

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