Damasco, 28 dic – Com’era prevedibile, a seguito dell’annuncio di Trump sul ritiro dei soldati statunitensi dalla Siria, la situazione nei cantoni del nord, da anni governati dai partiti curdi, e sottoposti al controllo militare delle SDF (Syrian Democratic Forces), create e appoggiate proprio dagli Stati Uniti, è estremamente fluida. Consapevoli dell’impossibilità di resistere a una eventuale azione militare delle forze corazzate turche, i Curdi hanno intensificato il dialogo – mai interrotto, va sottolineato, in quasi otto anni di guerra – con il governo di Damasco, arrivando a chiedere l’intervento dell’esercito siriano a protezione dei territori da loro amministrati, definendosi apertamente parte della stessa famiglia. In particolare, è stato richiesto un intervento immediato nel cantone di Manbij, unico territorio a ovest dell’Eufrate sotto controllo delle SDF, con la proposta di un avvicendamento fra le autorità curde e quelle dello Stato siriano.

La risposta di Assad, arrivata dopo un tira e molla di cui non si conoscono i dettagli ma che probabilmente era incentrato sulla rinuncia, da parte curda, alla istituzionalizzazione di un’entità statale autonoma (il cosiddetto Rojava) nel nord del Paese, sarebbe stata affermativa, se come sembra la bandiera nazionale è stata già issata nella tarda mattinata di oggi sulla piazza principale di Arimah, cittadina a ovest di Manbij, e a ridosso della linea del fronte con i ribelli del Free Syrian Army, supportati, addestrati, riforniti e affiancati sul campo dall’esercito turco. Nelle stesse ore di venerdì, un comunicato dello Stato Maggiore di Damasco sembra confermare l’immediata cessione del territorio di Manbij al Governo siriano, e diversi reparti dell’esercito lealista starebbero prendendo posizione per fronteggiare un ipotetico attacco turco. Sembrerebbe anche che, accanto ai soldati siriani, ci siano diversi russi, elemento che rappresenterebbe un forte fattore deterrente nei confronti delle velleità di Erdogan. Altro punto rilevante sarebbe il coordinamento a livello militare fra Esercito regolare e SDF, i cui reparti restano schierati per combattere al fianco dei lealisti, con la benedizione compiaciuta del portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov.

Tutto questo accade alla vigilia di un incontro russo-turco-iraniano che si terrà a Mosca domani, 29 dicembre, e al quale la Turchia parteciperà con una delegazione ai massimi livelli. Saranno presenti infatti il ministro della difesa Akar, il ministro degli Esteri Çavuşoğlu, il portavoce di Erdogan, Kalin, e soprattutto il capo dell’intelligence Fidan. Stando a quanto hanno riportato diverse fonti turche, molto vicine al governo, il MIT (i servizi segreti di Ankara) ha avuto un ruolo fondamentale nella vittoriosa operazione “Ramoscello d’olivo” che a inizio anno ha scacciato i curdi dal cantone di Afrin, ed è la struttura che sovrintende i rapporti con i ribelli siriani che si sono messi sotto la diretta protezione turca quando i continui rovesci militari ne mettevano in discussione la sopravvivenza stessa. Dalle prime reazioni, a metà fra l’incredulo e il furibondo, è plausibile che Erdogan sia stato preso in contropiede dalla mossa curdo-siriana, che costringe Ankara a rivedere i suoi piani e a giocare di rimessa, e domani la delegazione turca si troverà obbligata a scegliere fra accettare la nuova situazione che si è venuta a creare, con la consapevolezza che a quel punto la stessa mossa potrebbe essere estesa all’intero nord-est siriano, e tentare un azzardo, optando per un attacco dei suoi protetti del Free Syrian Army, con il rischio però di vederli annientati dalle divisioni di Assad e dall’aviazione russa.

Nonostante stiano continuando ad ammassare truppe ai confini, è probabile che i Turchi finiscano per scegliere un approccio più morbido, insistendo in cambio su un assetto statale siriano che escluda ogni forma di autonomia curda. In considerazione del fatto che, fra Idlib e il nord della provincia di Aleppo, Ankara può contare su una forza militare di alcune decine di migliaia di uomini, il Sultano ha ancora qualche freccia al suo arco per far sentire il suo peso nelle trattative di pace. Ma questa è storia di dopodomani. Oggi e domani gli occhi saranno puntati su Manbij. E quello che vedremo ci saprà dire molto su quanto sia vicina una trattativa seria fra le parti in causa. Che deve partire da un presupposto: il piano ordito da varie cancellerie sunnite contro Assad è fallito, perché il popolo siriano, nella sua maggioranza, si è schierato al fianco del suo presidente. E ha vinto una delle guerre più brutali degli ultimi cinquant’anni.

Mattia Pase

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2 Commenti

  1. Quella adottata dai curdi e dalla Siria è sicuramente la soluzione migliore dopo il ritiro degli americani, che hanno fomentato una delle più sanguinose guerre in Medio-Oriente in nome della democrazia!!!!

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