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Roma, 12 ago – Émile Durkheim (1858-1917) pubblica nel 1893 La divisione del lavoro sociale. In questa opera pone l’attenzione sull’affermazione dell’individualismo utilitaristico nella società moderna, quest’ultimo conseguenza della divisione del lavoro e del manifestarsi di una solidarietà definita dall’autore organica, che si sostituisce alla solidarietà meccanica e collettiva, tipica delle società del passato.
Secondo il sociologo francese, la divisione del lavoro contribuisce alla specializzazione del lavoro stesso, alla creazione di differenti mansioni e ruoli, che accrescono la creatività dei singoli soggetti e che sono espressione dell’affermazione di noi stessi, della supremazia dell’individuo sul resto della collettività. Tali differenze si attestano non solo con le forme contrattuali poste in essere, i contratti di lavoro, ma soprattutto attraverso l’aumento del numero dei membri della collettività, che determina un implemento delle relazioni sociali: la densità dinamica, così definisce Durkheim il delinearsi dei rapporti sociali all’interno di un gruppo. Discrepanze che precludono nella società civile la condivisione di valori.
Ovviamente, il punto focale del discorso non riguarda la “densità dinamica”, vista da Durkheim come fattore determinante delle dicotomie sociali e consequenziale allo sviluppo della società, bensì egli vuole porre l’accento su come si possa manifestare in un ordine sociale la mancanza di condivisione dei valori. Per questa ragione, nel momento in cui vengono meno i valori sociali, si viene a creare un sistema sociale che Durkheim chiama anomia, che impedisce l’applicazione di una legge, intesa come un valore morale o etico per l’intera collettività, che “regola” i comportamenti egoistici e materiali dell’uomo.
Per Durkheim, l’unico fattore che inverte la tendenza individualista nella società, è la religione: la coscienza collettiva si esplica in tutto ciò che assume un carattere “confessionale”. Il sacro implica l’esistenza di regole condivise dalla comunità, “dotato” di una propria organizzazione che si istituzionalizza, che si identifica nel supremo, un “essere superiore”: i valori si erigono come collante e favoriscono l’aggregazione tra gli individui. Quindi si tratta di un sistema valoriale, di un credo, che assume una connotazione idealistica per il gruppo, definendo quel senso comune, di appartenenza alla comunità; senza questi elementi i rapporti sociali sarebbero la sintesi di uno scambio di mutuo interesse. Uno scambio che oggi, nell’era della tecnocrazia, lascia spazio solo al profano.
Gianluca Calà





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