Roma, 26 set – Un campionato di serie A da salvare il più in fretta possibile, rendendolo credibile sul piano tecnico, divertente e capace di attrarre gli appassionati che non necessariamente sono tifosi. Primi sei turni della stagione e, tranne qualche rara eccezione, una noia mortale che ti assale quando provi a seguire le partite in tv, figuriamoci allo stadio, dove, anche qui, tranne casi rari, se ti va bene, stai scomodo e in mezzo a pochi intimi dentro a strutture fatiscenti. Per il presidente federale Carlo Tavecchio “bisogna tornare alle 18 squadre in serie A e ad un totale di una settantina di club professionistici…”. Già, perché la grossa sforbiciata dovrebbero darla e in fretta soprattutto partendo dalla Lega Pro, visto che non è assolutamente bastato tagliare la vecchia serie C2 per rendere appetibile, sostenibile e credibile il campionato.

Per suoi fini elettorali, appena nominato, il presidente Gravina aumentò il numero di squadre a 60: di queste, potrebbero regolarmente iscriversi e navigare senza affanni al massimo un terzo dei club; ma si sa come vanno le cose in Italia e quanto pesano i voti, in questo caso dei club. Prime sei giornate di campionato di serie A e gli sbadigli si allungano: dal punto di vista tattico Benevento e Verona stanno decisamente falsando il campionato: 0 punti per i campani, 2 per i veronesi appaiati al Genoa; solo un punto più in alto l’Udinese. Prima giornata: Juve Cagliari 3 a 0; Crotone Milan 0 a 3. I calabresi hanno ottenuto il primo successo domenica con il Benevento. Seconda giornata: Genoa Juve 2 a 4; terza: Juve Chievo 3 a 0, Verona Fiorentina 0 a 5; quarta: Roma Verona 3 a 0, Napoli Benevento 6 a 0. Quinta giornata: sempre i campani ancora a ero punti, un solo gol fatto e 16 subiti, ne prendono 4 in casa dalla Roma; l’Atalanta ne fa 5 al Crotone. Domenica scorsa invece l’Udinese ne ha presi 3 dalla Roma; il Verona 3 dalla Lazio e il Torino 4 dalla Juve.

Con uno squilibrio del genere, non si divertono fino in fondo nemmeno i tifosi più sfegatati, perché così non c’è gusto. Io non sono tifoso ma appassionato, oltre che addetto ai lavori: sabato dopo un tempo non ce la facevo più a vedere il derby di Torino. Per non parlare del livello di gioco imbarazzante raggiunto dal nostro campionato. Uno degli effetti collaterali è questo: a fine stagione abbiamo bomber che vanno comodi vicino o sopra i 20 gol, i club li strapagano ma il loro valore assoluto è relativo, vedendo quello che poi molti combinano in Champions. Persino gente come Higuain e Dybala.

Il problema lo vedi dai numeri: sempre meno gente negli stadi italiani e gli abbonati delle pay tv che sono sempre gli stessi o, addirittura diminuiscono nonostante la confezione di prodotti eccellenti. Tranne qualche rara eccezione (Juve stabile su tutti, Milan e Inter in crescita), la media di presenze negli stadi è da collasso: 46 mila gli spettatori in meno nell’ultimo campionato di A; in calo del 10 per cento dalla stagione 2008/2009 quando ci fu il picco. Nel campionato appena concluso, in Italia l’affluenza è stata inferiore del 3% rispetto alla Francia, del 20% alla Spagna, del 40 alla Premier e del 50% alla Bundesliga. Certo non conta solo il livello di gioco noioso e scontato per tenere lontana la gente dagli stadi, ma anche la loro scorsa ricettività, eccetto gli impianti di proprietà di Juve, Udinese e Sassuolo. Di certo, seguire Tavecchio, riducendo a 18 il numero delle squadre in A, sarebbe come prendere un brodino; forse per rendere il campionato più interessante bisognerebbe tornare alle 16 squadre com’erano strutturati i campionati fino alla stagione 1987/88. Il delirio dei 20 club per accontentare tutti e alimentare lobby grandi e piccole si è compiuto dal campionato 2004/2005.

Il problema è che nemmeno su questa piccola riforma dei campionati, il presidente federale Tavecchio riesce a farsi ascoltare; le società di A e B hanno le leghe commissariate ma riescono sempre a fare la voce grossa. Una federazione così debole non è sostenibile. Ma il Male Oscuro di questa livellamento verso il basso del nostro calcio professionistico in generale e della serie A in particolare, ha un nome: il famoso Paracadute da 60 milioni di euro da distribuire in parti quasi uguali tra le 3 squadre che retrocedono in B e che adesso, volendo riscrivere lo Statuto della A dopo il Lodo Cairo vogliono portare addirittura a 75 milioni. Il Paracadute venne inserito per non scontentare i club di A e B che, per ragioni diverse, si ribellarono alla proposta di riforma dei campionati che prevedeva una sola retrocessione in B, una sola promozione in A e un playoff con la seconda di B che se la sarebbe giocata con la penultima di A. Una formula in stile Bundesliga che avrebbe reso più interessante e “regolare” il campionato: è vero che, eccetto quello tedesco, gli altri campionati europei sono a 20 squadre, ma la qualità degli stadi, la competitività dei tornei e il “doping” del Paracadute, poggiano su basi decisiamente più dignitose.

Da noi non c’è per nulla meritocrazia alla base; nell’Nba per esempio, ti iscrivi solo se hai determinati requisiti economici e di competitività, ma non retrocedi. Invece, col Super Paracadute, cosa volete che interessi a club come Benevento e Verona per adesso, aggiungiamoci anche Udinese (i Pozzo oramai puntano quasi tutto sul Watford, l’altro club di proprietà e dai super ricavi che distribuiscono in Inghilterra) e Genoa (mercato da frullatore zeppo di stranieri quello di Preziosi); o Palermo e Pescara nella passata stagione, costruire ed investire su una squadra eccellente per restare in serie A? Meglio farsi un giretto di un campionato solo in A, provare l’effetto che fa ai piani alti, racimolare i proventi dei diritti televisivi e sommarli ai 20 milioni del paracadute per la retrocessione. Così, il club o, meglio, i suoi azionisti fanno sicura e corposa plusvalenza, alla faccia dello spettacolo e delle illusioni dei tifosi.

La mia proposta per ridare impulso al nostro calcio è radicale, può sembrare provocatoria e, conoscendo gli attori in campo, temo impossibile da realizzare: un campionato a 12 squadre come quello scozzese con doppie gare di andata e ritorno dove tirano tantissimo i 4 derby di Glasgow tra il Celtic e i Rangers per un totale di 44 giornate. E in Scozia, sicuramente campionato piccolo e dal livello tecnico non eccelso, vendono bene i diritti tv che esportano proprio in virtù dello spettacolo che sanno comunque produrre. Immaginatevi quanti match più interessanti si vedrebbero in serie A: quattro volte il derby di Torino; quattro quello di Milano, idem per quelli di Genova e Roma. Senza contare le quattro sfide tra Milan Juve, Napoli Juve, Napoli Roma ecc. E poi, avanti, o indietro, solo chi merita e senza Paracadute. Ma è chiaro che questa politica purtroppo si scontra con quella “globalista” che stanno promuovendo da tempo ormai (a partire da Blatter e poi Platini) i vertici di Fifa e Uefa, attraverso allargamenti nel numero dei partecipanti ai prossimi Mondiali, alla Champions e alle altre competizioni; più club, più voti!

Paolo Bargiggia

Commenti

commenti

3 Commenti

  1. La Scozia ha 5 milioni di abitanti, l’Italia 60 milioni, per cui un campionato a 12 squadre sul modello scozzese, é improponibile.

    É meglio tornare al formato in vigore fino alla stagione 2002-2003, ovvero Serie A a 18 squadre, Serie B a 20. Per quanto riguarda la Serie C, il fatto che ogni anno molte squadre saltano per mancata iscrizione, non é dovuto al fatto che prevede 60 squadre distribuite su 3 gironi, ma al fatto che purtroppo ogni club deve spendere troppi soldi per mantenersi il campionato e di conseguenza non riesce a far quadrare i conti.

    Tra l’altro anche in Serie C oggi si guadagna troppo.

  2. uno degli errori è stato quello di permettere alle società sportive di diventare società con fine di lucro… quel che il dio denaro tocca, il dio denaro corrompe…

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here