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Uno sconsolato Pep Guardiola durante Bayern-Real

Monaco di Baviera, 1 mag – Il risultato della semifinale di Champions League di martedì sera tra il Bayern Monaco di Pep Guardiola e il Real Madrid di Carlo Ancelotti suona come un verdetto senz’appello: 4-0 per i Blancos, che espugnano l’Allianz Arena e si avvicinano alla conquista della loro decima coppa dei campioni. Ma l’umiliazione patita dal Bayern forse cela in sé un altro dato di rilievo più generale: il tiqui-taca di Guardiola non funziona più. Avrà pure fatto le fortune del Barcellona nelle recenti annate, ma ormai appare lezioso, sterile e superato. Così almeno sembra pensarla la stampa tedesca, che ha criticato Guardiola lungo tutto la linea.

Facciamo chiarezza. Le critiche velenose degli analisti sportivi della Germania calcistica sono oltremodo ingenerose, se si pensa che Guardiola ha comunque vinto la Bundesliga con ben sette giornate d’anticipo, con la sua squadra che ha dimostrato una superiorità netta rispetto alle concorrenti in fatto di gioco, di continuità e di valori tecnici. E, non dimentichiamolo, la compagine bavarese, che ha già vinto Supercoppa europea e Mondiale per club, disputerà a breve anche la finale della coppa nazionale contro il Borussia Dortmund. Di certo, quindi, non si può proprio parlare di un anno fallimentare, a meno che la mancata vittoria della Champions non sia ritenuta un’onta indelebile.

Se però prendiamo in esame le due gare della semifinale, il dato tecnico e tattico sembra proprio ineludibile: Bayern che palleggia in maniera continua ma infeconda, non pungendo quasi mai, laddove il Real, impeccabile in fase difensiva, sfrutta i pochi errori degli avversari per colpire poi con ripartenze micidiali. Il pavone contro il cobra, verrebbe da dire. Già la partita d’andata era stata eloquente: il Bayern era partito fortissimo al Bernabeu, imponendo il proprio gioco e il proprio ritmo ai Merengues, i quali tuttavia, alla prima occasione, hanno sfruttato un contropiede rapidissimo che ha permesso a Benzema di segnare la rete che ha deciso la gara. E pensare che il Bayern aveva a tratti raggiunto quasi l’80% del possesso palla!

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La gioia incontenibile di Mourinho al termine della partita al Camp Nou (2010)

Quando l’Inter di Mourinho era riuscita a battere il Barcellona stellare di Guardiola pochi anni fa, prendendo le medesime contromisure tattiche, il risultato non era stato comunque così impietoso e devastante. Anche se tutti ricorderanno però il ritorno del Camp Nou, con i nerazzurri in dieci per quasi tutta la partita e i Blaugrana incapaci di penetrare le maglie della difesa avversaria. La storia di Pep, dunque, sembra ripetersi, ma stavolta Sergio Ramos e Cristiano Ronaldo appaiono come i sacerdoti venuti a dare l’estrema unzione a un certo modo di intendere e fare calcio.

Anche perché c’è un altro elemento che ha infastidito gli analisti tedeschi e lo stesso Beckenbauer: l’estraneità del tiqui-taca di Pep alla tradizione calcistica teutonica, ben incarnata invece dal Bayern di Heynckes che l’anno scorso ha vinto tutto. Pragmatica, compatta, cinica, impenetrabile, tenacissima, la squadra del vecchio allenatore di Mönchengladbach non sarà stata bella a vedersi come quella di Guardiola, però rispecchiava fedelmente uno stile di gioco che è nel dna del calcio tedesco. Pochi fronzoli, pochi virtuosismi, ma tanta sostanza. Il fioretto contro la sciabola. Non è infatti forse un caso che il Bayern dell’altro ieri abbia incassato due gol nel giro di pochi minuti, entrambi su calcio piazzato. Una tara che Pep si porta dietro già dagli anni trascorsi in Catalogna, visto che su ogni calcio d’angolo e punizione dal limite i tifosi del Barcellona sudavano freddo. Possesso palla impeccabile, sì, ma difesa con ampi margini di miglioramento.

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Ancelotti e il Real festeggiano la vittoria

Dall’altra parte, invece, il Real ha potuto beneficiare delle provvide cure di Ancelotti. Basta col calcio da circo, basta con tocchetti infiocchettati, basta con prime donne in cerca dell’acuto individuale, ma fase difensiva chirurgica, contropiede implacabile e tanto, tanto pragmatismo. Dalle nacchere e dalle castañuelas alle baionette, dunque. Eh sì, i Blancos sembravano proprio una squadra italiana. Nel momento stesso in cui il calcio italiano entra in una fase comatosa e catacombale a livello internazionale, è la sua filosofia di gioco che trionfa e detta legge in Europa. Carletto infatti, memore anche delle sfortunate avventure di Champions con Chelsea e Psg, sembra aver trovato la quadratura del cerchio, imponendo alle allegre difese spagnole la compostezza granitica delle migliori retroguardie italiane, aumentando i giri quando si riparte in contropiede, e insegnando la peculiarità tutta italiana di interpretare e gestire la gara con una strategia d’ampio respiro. Certo, quando hai Bale, Di Maria e Isco, sarà pure più facile, dirà qualcuno, ma non è che il Bayern non avesse Ribery, Götze e Robben.

Insomma, la filosofia spagnola, dopo aver raggiunto il suo glorioso apice, sembra ormai entrata nella sua fase calante, sancita del resto l’anno scorso dalle clamorose batoste subìte da Real e Barcellona ad opera delle tedesche finaliste, Bayern e Borussia. Tuttavia il nuovo calcio tedesco di Joachim Löw e Jürgen Klopp, fatto di velocità, tecnica e gioco arioso, non ha convinto del tutto, non avendo ancora fruttato risultati d’indiscusso prestigio. Al contrario quest’anno è la filosofia italiana che potrebbe imporsi, se consideriamo che l’altra finalista di Champions è l’Atletico Madrid, squadra guidata da quel Simeone che in Italia ha trascorso diversi anni, assimilando non poco del nostro modo di fare calcio, e che non a caso ha esplicitamente dichiarato che il gioco dei Colchoneros è molto più italiano che spagnolo. È il paradosso dei paradossi: le due squadre di Madrid disputeranno una finale ben poco… spagnola! Chissà, forse sarà proprio il calcio all’italiana a rappresentare il modello futuro per il mondo del pallone. Un calcio quindi pratico, dinamico, strategico, astuto, rapido e inesorabile, come sono d’altronde tutte le cose d’Italia. Di quella migliore per lo meno.

Valerio Benedetti

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