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Roma, 7 lug – E chi l’avrebbe mai detto (spoiler: noi) qualche mese fa che – nel peggiore dei casi – saremmo arrivati tra le prime 4 d’Europa? Tra gli azzurri e la finale di Wembley rimane infatti solo l’ostacolo di Italia – Spagna. L’avviso ai naviganti è arrivato forte e chiaro: agli autorazzisti e anti-italiani vari – dopo i due ceffoni rifilati al favoritissimo Belgio e il conseguente trentaduesimo risultato utile consecutivo – non sono rimasti più neanche gli appigli del feticcio multietnico e della litania “eh ma fanno i record contro San Marino e Armenia”.



La storia di Italia e Spagna si intreccia fin dalla notte dei tempi. Per lo meno da quando nel 206 a.C. Roma caccia i cartaginesi da quella penisola che poi verrà chiamata Hispania. Il filo si riannoda poi in un anno preciso – il 1492 – quando inizia la colonizzazione iberica delle Americhe grazie a quel genio italico che risponde al nome di Cristoforo Colombo. Nel secolo successivo è infatti Genova lo snodo cruciale dell’impero spagnolo per il controllo del mare nostrum rispetto a francesi e ottomani. Sarà poi una famiglia italiana – quella degli Antonelli – che si occuperà infine di fortificare i possedimenti della corona sulle coste del Vecchio Continente nonché nel Nordafrica e nei Caraibi. Due popoli – tanto europei quanto mediterranei – oggi orgogliosamente rappresentati da nazionali monoetniche. Quella che dovrebbe rientrare nell’ordine naturale delle cose, nel mondo dell’uguale è invece una (bella) notizia. Così come il fatto che i 22 titolari rimangano in piedi tra gli inni e il fischio d’inizio.

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Italia – Spagna: un primo tempo equilibrato

Squadra che vince – e convince – non si cambia. La certezza Donnarumma in porta, “solita” retroguardia con Di Lorenzo, Bonucci, capitan Chiellini e Palmieri (unico, forzato cambio). Nel terzetto di centrocampo l’assaltatore Barella con la doppia regia di Jorginho e Verratti. Completano il 4-3-3 Immobile – confermato al centro dell’attacco – supportato da Chiesa e Insigne. La finora balbettante Spagna si affida invece a Oyarzabal, preferito allo juventino Morata.

Partiamo forte, al 3′ Barella centra il palo ma tutto è fermo per fuorigioco. Col passare dei minuti però la roja in versione bianca prende metri grazie al caratteristico possesso palla. Ciononostante la palla del possibile 1-0 è ancora sui piedi del numero 18 azzurro, che su ottima iniziativa di Palmieri non riesce a concludere con la porta sguarnita. Squillo iberico a metà frazione: Donnarumma salva sul tiro a botta sicura di Olmo. Chiudiamo come abbiamo iniziato, sfondando a sinistra con Palmieri che timbra la traversa.

Secondo tempo: metafisica del contropiede

In avvio di ripresa meglio gli spagnoli, vicini al vantaggio con Busquets. Ci affidiamo al contropiede, a conclusione di una ripartenza Chiesa impegna Unai Simon. I nostri avversari vanno al piccolo trotto e noi colpiamo: il portierone in maglia gialla all’ora di gioco fa ripartire velocemente l’azione, Insigne lavora al meglio una sfera che finisce sui piedi di Chiesa, destro a giro sul secondo palo e azzurri avanti.

Passano 5′ e ancora lo scatenato juventino libera Berardi (subentrato a Immobile) al tiro. Il Mancio si copre, fuori Palmieri dentro Toloi – Di Lorenzo passa a sinistra – entra Pessina per Verratti. La Spagna staziona regolarmente nella nostra metà campo, ma dietro i 4 marcatori azzurri lasciano ben pochi spazi agli iberici. Sull’unico “buco” italiano lo juventino Morata è lestissimo a pareggiare (80′). In vista dei supplementari si conclude la girandola dei cambi con Locatelli e Belotti in luogo di Barella e Insigne.

Non bastano 120′, i rigori premiano la sofferenza azzurra

La stanchezza abbassa inevitabilmente i ritmi di Italia – Spagna. Furie rosse pericolose, prima sugli sviluppi di un calcio da fermo – dopo un batti e ribatti in area – poi su un traversone dalla nostra fascia mancina. Soffriamo, soprattutto sulle seconde palle, ma non capitoliamo. Nell’ultimo quarto d’ora da segnalare solo la sostituzione Bernardeschi/Chiesa.

I rigori partono male: Locatelli sbaglia, ma Olmo spara alle stelle. Belotti, Bonucci e Bernardeschi invece vanno a segno, Morata poi si fa ipnotizzare. Tocca al glaciale Jorginho: Unai Simon è spiazzato, si resta a Londra!

Sarà quindi la nostra terza finale nelle ultime sei edizioni del campionato europeo, in tal senso nessuno nel nuovo millennio ha saputo far meglio. Resta solo da sapere chi tra Inghilterra e Danimarca contenderà il trofeo agli azzurri. Di certo – al contrario di Belgio/Olanda 2000 e Polonia/Ucraina 2012 – non troveremo davanti gli uscenti campioni del Mondo. Poco male, visti i precedenti. Non è però il momento di statistiche e scaramanzie, questo gruppo ha già ampiamente dimostrato una certa propensione nel voler fare la storia. La schiava di Roma è pronta a porger di nuovo la chioma.

Marco Battistini

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4 Commenti

  1. Beh, non so se vinceremo l’europeo ma una cosa è certa. Siamo stati accusato di razzismo (media francesi, appoggiati o non osteggiati da “sinistri” individui nostrani ), per avere un organico di giocatori esclusivamente di carnagione bianca (probabilmente attualmente qualcuno ha valutato un gruppo da poter amalgamare a livello tecnico che casualmente non comporta una diversificazione della pelle) . Pagine di “sinistre” mentalità hanno inneggiato alla “superiorità” tecnica di nazioni multietniche (Belgio, citando il “Corriere della Sera”), miseramente eliminate dai giochi da questi biechi individui di, sempre casualmente viste le circostanze, pelle omogenea e non multiforme (ripeto scelta tecnica casuale e non forzata). Si è cercato di porre una toppa a questo imperdonabile grave difetto, invitando la nostra squadra non multietnica ad inginocchiarsi non contro il razzismo (ogni forma razzismo), bensì ad un gruppo (BLM) che ha fatto a sua volta del razzismo la sua ideologia. In questo intento sono riusciti a colpire nel cuore di quella che è la nostra attuale mentalità europea: se lo fanno gli altri lo facciamo pure noi! Ed è questa la cosa che più rattrista di una nazione, il non riuscire più ad essere indipendenti nelle proprie azioni, il non potere più affermare di agire secondo il proprio pensiero , giusto o errato che sia, apprezzato o disprezzato a secondo del pensiero che ognuno di noi ha a riguardo. Menti schiave ma con piedi buoni che alla fine delle partite hanno in qualche modo zittito chi innalzava la forza della multietnia a tutto campo (calcio compreso). Noi siamo in finale e, a prescindere se la vinceremo o meno, noi ci siamo. Altri chiacchieroni e rosiconi (di calcio, musica e bevande da capodanno) possono ammirare quella trivella piantata al centro di una capitale da cui non ha mai tirato su una goccia di petrolio in decenni (perchè tale mi sembra quella torre), mentre altri buonisti sapientoni della nostra carta stampata, in caso di vittoria faranno i loro titoloni a caratteri cubitali, dimenticandosi (loro) delle esaltazioni del politicamente corretto imposte da i loro padroni! ⚽⚽⚽

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