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Roma, 4 feb – Il 30 gennaio scorso, a Varsavia, il fighter romano Alessio “ Manzo “ Di Chirico si è aggiudicato la sua settima vittoria consecutiva. L’atleta delle arti marziali miste (MMA) vanta già il titolo di campione del mondo IMMAF conquistato a Las Vegas e anche in Polonia, si è fatto valere chiudendo alla seconda ripresa il match interrotto dall’arbitro per ko tecnico. Una forma fisica eccellente e la forza di un grande team alle spalle, Di Chirico, infatti, da sempre si fregia in combattimento delle insegne dell’Hung Mun Studio il “dojo” dove il coach Ciolli forgia da anni la via italiana alle arti marziali miste.

Al giovane ma promettente Alessio Di Chirico abbiamo chiesto:

Hai portato la bandiera italiana e l’esperienza dell’Hung Mun fino in Polonia contro Kowalski e ne sei uscito vincitore, cosa ha rappresentato per te questo incontro?

È stato un match molto importante perché per la prima volta ho combattuto fuori dall’Italia come professionista, in più ho avuto la fortuna di farlo nel sottoclou di una importante organizzazione.

Nella gabbia sei apparso freddo e misurato, un primo round combattuto prevalentemente in piedi boxando ma che poi ci ha regalato un brivido con un tentativo di “ghigliottina” a terra del tuo avversario da cui pero ti sei liberato prontamente, come hai vissuto l’incontro? Temevi il fatto di doverti scontrare con un fighter più anziano e con qualche anno in più di esperienza? Kowalski normalmente ha un peso di 23 kg più del tuo è stato un problema durante l’incontro?

Cerco sempre di avere il controllo della situazione, dalla ghigliottina sono uscito facilmente perché stavo in mezza guardia e da li non poteva entrare. Tutti hanno paura, solo gli incoscienti non ne hanno, bisogna saperla gestire. Alla bilancia il giorno del peso eravamo pari, è questo che conta.

Il secondo round ha avuto un solo protagonista, hai dominato il tuo opponent tanto che l’arbitro ha interrotto l’incontro decretando un tecnical ko. Quando hai capito che la vittoria poteva essere tua?

Ho iniziato a pensare che la vittoria potesse essere mia quando ho fatto quello scramble sul suo takedown a parete: lui mi ha quasi proiettato e io sono riuscito a prendere la schiena. Da li lui è calato di testa e ha iniziato a mollare, ne ho avuto la certezza quando è caduto il paradenti. Però non è una sensazione di vittoria quella che provo è più quella di dominare l’avversario, è molto diverso. Ad un certo punto ho anche guardato l’arbitro che ha fatto proseguire molto l’incontro. Meglio così, a parti invertite avrei voluto anche io giocarmela fino alla fine.

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Hai messo in fila sette combattimenti tutti vinti in molti contest differenti dal Withe Rex-Tana delle tigri al Centurion Championship e hai già conquistato il titolo mondiale IMMAF a Las Vegas quali sono i tuoi obbiettivi futuri?

Io ho la fortuna di essere seguito dall’Hung Mun e da Fabio, quindi non mi preoccupo di pensare tanto a quello che sarà: io mi godo soltanto questo sport, lo vivo al cento per cento, mi piace molto insegnare e rivedere i particolari delle tecniche, per il resto lascio fare tutto ai manager e a Fabio e Riccardo.

E proprio a Fabio allora rivolgiamo le nostre domande:

Nel match in Polonia ha vinto l’atleta ma si è vista tutta la scuola Hung Mun, ad oggi possiamo affermare che oltre al gruppo umano c’è una via italiana all’ mma che passa incondizionatamente per le tue mani?

In Italia ci sono buoni allenatori ed ottimi atleti, quello che abbiamo fatto noi è creare un vero e proprio team capace di seguire i fighters in ogni aspetto, dalla preparazione fisica, a quella mentale, in grado di gestire il loro management e di sostenerli con un network di specialisti (medici, fisioterapisti, sponsor hunters). Il nostro è uno sport strano individualista, forse il più egocentrato di tutti dove però se non hai un team coeso dietro non riesci ad arrivare da nessuna parte. Mantenere gli equilibri fra gli atleti non è semplice per fortuna tutti i ragazzi che compongono la squadra si sostengono e si aiutano l’un l’altro e questo ogni volta, al di là del risultato, mi fa capire che stiamo lavorando nella direzione giusta

Alessio nelle dichiarazioni a caldo ha detto che si deve smettere con l’esterofilia e che anche in Italia ci si può allenare nelle arti marziali miste a livelli che non hanno nulla da invidiare a quelli made in usa o europei tu come la vedi?

Tutti i nostri sforzi sono tesi a creare un gruppo che possa rappresentare l’Italia anche all’estero, lo abbiamo già fatto con la nazionale dilettanti che è riuscita quasi sempre ad andare al podio fino ad arrivare all’oro a squadre di Belgrado o alla vittoria per categoria di Di Chirico a Las Vegas, ora stiamo porta

936025_640826459307853_1593314869_nndo i nostri atleti anche in promozioni professionistiche estere.

E’ innegabile che in alcuni paesi in cui le MMA sono state promosse prima e nel modo giusto e il movimento abbia raggiunto migliori risultati per diffusione e seguito ma noi abbiamo il dovere di allinearci agli standard di eccellenza e far vedere come in un territorio così piccolo si possano sfornare ottimi combattenti; è successo già con il pugilato succederà anche con le MMA che lo stanno soppiantando per seguito e fascino nella mente degli appassionati.

In un paese tradizionalmente incatenato al calcio come sport principe, credi che ad oggi in italia ci siano margini di sviluppo per una scena mma?

Credo che il gioco della palla sia un po’ lo specchio della società italiana: una deriva decadente fatta di simulazioni, di “furbetti del quartierino”, di gente che non vuole sacrificarsi e che vuol ottenere tutto e subito anche in maniera illecita, uno sport che prevede “il fallo tattico”…vado oltre il gentleman agreement per ottenere un vantaggio. E’ l’immagine di un gioco degenerato troppo simile all’Italia di oggi fatta di finte veline e “fighetti” sovreccitati da polverine magiche e forse per questo così seguito in un assurdo gioco d’imitazione. So anche che non tutti gli italiani sono così, ci sono gli altri italiani. So che alcuni sport come il nostro hanno come obiettivo l’introspezione, lo sviluppo della resilienza, il saper affrontare e superare gli ostacoli che la vita ci mette davanti quotidianamente . Ci sono quelli che vanno contro la cultura delle scuse e che affrontano i propri demoni senza darsi un alibi, come fa un atleta nell’ottagono. Il combattimento nell’ottagono è una grande allegoria dell’esistenza umana.

Quindi un giorno ci sarà spazio per le MMA in Italia?

Io spero proprio di sì, significherà che qualcosa è cambiato.

L’Hung Mun studio non rappresenta solo un luogo d’allenamento per fighters ma appare sempre più come un vero “dojo” dove si sviluppa un’arte del combattimento che finora è apparsa più che valida, ma ancora l’Mma appare come uno sport inaccessibile ai più ti senti di sfatare questa nomea.

Beh il 90% dei ragazzi che si allenano da noi non sono agonisti ma semplici appassionati che vogliono superare i loro limiti, ci sono hostess, medici, operai, studenti, impiegati nessuno di loro combatte. Poi abbiamo studenti universitari, benzinai e professoresse di latino ecco quelli invece combattono.

 Ma quindi non c’è alcuna differenza o preselezione?

Da noi tutti trovano una propria dimensione, tutti trovano un modo per mettersi alla prova, c’era gente spaventata dalla vita che ora è più sicura e ha più fiducia in sé stessa, ci sono ragazzi che vogliono combattere e vincere, c’è gente che semplicemente voleva prendersi cura del proprio corpo e stare meglio. La pratica lo dico sempre è il mezzo non il fine, perciò se uno vuole allenarsi non deve avere indugi, può venire a farlo senza alcun problema.

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 Come hai visto Di Chirico nella gabbia? Come giudichi il suo combattimento e quali emozioni provi vivendo il doppio ruolo di allenatore e fighter?

L’ho visto bene, determinato, un coach vive a strettissimo contatto col proprio atleta nei giorni che precedono il match, devi essere un po’ psicologo, leggere i suoi stati d’animo, allentare la tensione o richiedere il focus. Penso abbia fatto un match eccellente ed abbia coronato tutto il lavoro che ha fatto in preparazione. Non provo particolari emozioni durante, cerco di rimanere il più lucido e razionale possibile, non posso permettermi emotività che potrebbe inficiare la prestazione dell’atleta, mi succede lo stesso anche quando combatto io, entro in uno stato mentale molto strano, di distacco Zen. Quando sono all’angolo non ho apprensione perché so che loro stanno facendo quello per cui sono nati, quello che vogliono a tutti i costi, se dovesse succedere di vedere in qualcuno di loro incrinata questa determinazione e consapevolezza spero di avere la forza per fermarli prima. Subito dopo il match di Alessio sono stato molto contento come mi succede sempre quando vince qualcuno dei miei, c’è un termine Buddista per definire come mi sento Mudita, la gioia per la gioia altrui.

 In primavera si terra l’ormai consolidato appuntamento romano del White Rex -Tana delle tigri dove si incontreranno atleti italiani con una selezione di atleti provenienti dai circuiti di tutta europa dalla russia alla francia. Porterai il tuo klan di fighters anche quest’anno?

Nessun Clan! Ma il mio team ci sarà di certo! É un appuntamento che ci ha visto protagonisti nelle scorse edizioni e che ci da la possibilità di incontrare atleti di livello. Voci di corridoio mi dicono poi che quest’anno sarà organizzato in maniera ancor più spettacolare…

Hung Mun studio In tre parole?

Non gladiatori ma cavalieri. Lo so sono 4 ma io non sono Ungaretti.

Alberto Palladino

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

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