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Roma, 7 lug – A conclusione di Sublime madre nostra: la nazione italiana dal Risorgimento al fascismo (Laterza, 2011), lo storico Alberto Mario Banti se la prende con il «nazionalismo sportivo», che in questi giorni è tornato in auge grazie alle vittorie dell’Italia agli Europei di calcio. Scrive Banti: «Il lessico sportivo continua a valorizzare in modo parossistico le imprese dei “nostri” atleti: […] quando gioca la “Nazionale”, gli stadi e i giornali sportivi si trasformano in uno dei contesti di massima persistenza e di massima valorizzazione dell’identità nazionale, col suono dell’inno di Mameli, il tripudio di bandiere tricolori e il confronto stereotipato tra il genio calcistico italiano e le modalità di approccio delle altre “scuole calcistiche” nazionali, la cui differenza è spesso fatta risalire al presunto effetto dei diversi “caratteri nazionali”».



Il carattere degli italiani

Non sappiamo se ieri sera Banti abbia visto Italia-Spagna. Ma, qualora lo avesse fatto, deve essergli preso un coccolone a sentire le parole di Leonardo Bonucci nel post-partita: «È stata la gara più difficile della mia carriera, la Spagna è fortissima. Ma ancora una volta questa squadra ha dimostrato dei valori, il cuore, la capacità di soffrire, la resilienza che ci contraddistinguono come italiani». Per il difensore azzurro, insomma, l’«italianità» della Nazionale non si esprime tanto in uno stile di gioco (e anche Mancini la vede così), quanto piuttosto in un carattere, nella nostra peculiare capacità di affrontare una gara con grinta, cuore e determinazione.

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Anche il telecronista di Sky Fabio Caressa, nell’emozione del momento, non riesce a trattenersi: «Sono sicuro che questa finale va dedicata a tutti quelli che hanno sofferto in questo anno e mezzo in Italia. È solo calcio, si dice. Ma è anche l’espressione del gruppo, di una bandiera e di un popolo, come hanno dimostrato oggi i 30mila italiani residenti in Inghilterra che sono accorsi qui per sostenere l’Italia». D’altra parte, i calciatori italiani sembrano essere ben coscienti di tutto questo: «Giocare per il mio Paese queste partite, scendere in campo per 60 milioni di italiani, è un sogno incredibile che si avvera», ha dichiarato Federico Chiesa in conferenza stampa.

La potenza dei simboli

Dopotutto, non c’è nulla di politicamente neutrale quando gli azzurri cantano a squarciagola l’inno nazionale (facendo crepare d’invidia chi li guarda), quando urlano «siam pronti alla morte, l’Italia chiamò». Non sappiamo quanti di loro sappiano che quei versi furono scritti da un giovane patriota, Goffredo Mameli, che, quando l’Italia chiamò, rispose all’appello e, pronto alla morte, morì per davvero. A soli 21 anni. Non sappiamo quanti tifosi siano coscienti del fatto che, quando scendono in strada con il tricolore, quella bandiera è stata consacrata dal sangue di tanti eroi che tutto hanno dato per l’Italia. Ma non importa: non è il grado di coscienza che ci deve interessare, ma la potenza ancestrale che certi simboli evocano.

Calcio e nazionalismo (e viceversa)

Sì, certo, conosciamo tutti la solita obiezione del boomer di destra: il nazionalismo non deve esprimersi solo nel calcio, sono pur sempre 11 miliardari che corrono dietro a un pallone, gli italiani possono consolarsi solo con lo sport, e via concionando. Balle: quando un popolo si abbraccia intorno a una bandiera, alla nostra bandiera, è sempre cosa buona e giusta. Anche se si tratta solo di una partita di calcio. D’altronde, in un’Europa post-storica, nessuna nazione può esprimere il proprio orgoglio in modi tanto diversi. Non sarà bello ma, per il momento, così è.

E poi: se la sinistra va in tilt appena vede gli italiani impugnare il tricolore e cantare l’inno di Mameli, un motivo ci sarà. Fidatevi, a sinistra non sono fessi: sanno benissimo che questi simboli sono potenti. E pericolosi. Loro li chiamano residui reazionari da archiviare, anticaglie di un mondo che deve sparire. Noi preferiamo chiamarli scintille di uno spirito che non è ancora stato domato. Brace che cova sotto le ceneri. E che un domani, chissà, potrebbe divampare in un grande incendio rigeneratore.

Valerio Benedetti

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