bryantRoma, 30 Nov – Kobe Bryant dice addio alla Nba al termine della stagione in corso con questa lettera che,  anche se gliel’avesse scritta Malgioglio, avrebbe comunque fatto versare più di una lacrima. Un discorso  degno del miglior Julio Velasco o dell’Al Pacino di ogni maledetta domenica. Kobe Bryant, il “black mamba”, uno dei più grandi giocatori di basket di sempre, l’unico giocatore ad aver segnato più di 30.000 punti e messo a segno oltre 6.000 assist, uno dei due ad avere messo a referto più di 50 punti in quattro partite consecutive, ci parla di sport e lo fa come solo un campione può farlo.

Lo sport è un’ ossessione. L’ossessione di dare tutto di sè, dice Kobe, per vederlo tornare indietro “ingigantito”, elevato potremmo dire. La santificazione del sacrificio senza il quale nessuna vittoria varrebbe la pena di essere celebrata e raccontata. Il mettersi in prospettiva con consapevolezza, perché solo al termine della carriera, con la morte sportiva, tutto possa avere una giusta dimensione, un “telos”.

Kobe Bryant è il classico campione grazie al quale uno si innamora di uno sport. Anzi è il classico campione grazie al quale uno si innamora di svegliarsi nel cuore della notte per seguire lo sport, contento di essere, nel proprio piccolo, compartecipe del sacrificio necessario per vincere e vincersi.  E’ lo sport che entra nel privato diventando epopea, perché si lega a ricordi e quindi a forme, che nel mio caso assumono certamente i contorni di stagioni più verdi. Non fosse altro perché al mattino potevo parlare di lui con il mio professore di filosofia, anziché trovarmi con gli occhi lucidi ad aspettare una segretaria che si crede la titolare e un titolare che vuole riscuotere come e prima di un impiegato.

Michelle Pfeifer, il cioccolato e Kobe Bryant: le tre gioie della vita secondo la nota citazione di una delle voci storiche del basket in Italia, vale a dire Federico Buffa. Kobe Bryant e l’Italia, una simpatia mai nascosta dal campione dei Los Angeles Lakers, che ha vissuto tra Reggio Calabria, Rieti, Reggio Emilia e Pistoia tra i 6 e i 13 anni al seguito di papà Joe, anche lui giocatore di basket e che per questo è solito esprimersi rigorosamente in italiano ogni volta che nella sua squadra gli capita un compagno con precedenti esperienze nel nostro campionato di pallacanestro.

Kobe Bryant e i record, le critiche, le finali perse nel 2004 e nel 2008, l’accusa di stupro e la conferenza stampa di ammissione del tradimento con la moglie Vanessa accanto. Kobe Bryant e uno sport, la pallacanestro, considerato da tanti come troppo “ammerigano” quindi colpevole a prescindere, che poi è lo stesso ragionamento che fanno i fallaciani, i marxisti e in genere tutti i  fondamentalisti. Kobe Bryant e venti anni di carriera con una sola maglia, quella gialloviola.

Secondo alcuni la vera eternità sarebbe racchiusa in un istante. Mancano pochi secondi alla sirena. Palla al 24 che va in isolamento…fadeaway.  5…4…3…2…1…

La lettera di Kobe Bryant:

«Cara Pallacanestro, Dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre e immaginavo  di realizzare canestri vincenti nel Great Western Forum sapevo che una cosa era vera: mi ero innamorato di te. Un amore così profondo che ti ho dato tutto dalla mia mente al mio corpo dal mio spirito alla mia anima. Da bambino di 6 anni profondamente innamorato di te non ho mai visto la fine del tunnel. Vedevo solo me stesso correre. E quindi ho corso. Ho corso su e giù per ogni campo dopo ogni palla persa per te. Hai chiesto il mio impegno, io ti ho dato il mio cuore perché tutto mi arrivava in maniera così ingigantita. Ho giocato superando il sudore e il dolore non per vincere una sfida, ma perché tu mi stavi chiamando. Ho fatto tutto per te perché è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo come tu mi hai fatto sentire. Hai fatto vivere a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere un Laker e per questo ti amerò per sempre. Ma non posso più amarti ossessivamente ancora per molto. Questa stagione è tutto quello che mi resta da dare. Il mio cuore può reggere il colpo, la mia mente può gestire la routine, ma il mio corpo sa che è il momento per dire addio . E va bene, sono pronto a lasciarti andare via. Voglio che tu lo sappia adesso, così entrambi potremmo assaporare ogni momento che ci rimane. Le cose buone e quelle cattive. Ci siamo dati a vicenda tutto quello che avevamo. E sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò, che rimarrò per sempre quel bambino con i calzini arrotolati bidone della spazzatura nell’angolo 5 secondi da giocare. Palla tra le mie mani. 5… 4… 3… 2… 1… Love you always, Kobe»

Luca Cieli

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