campr1Rio de Janeiro, 8 ago – Partiamo dalla fine. Giovanni Pellielo, vercellese classe ’70, alla sua settima Olimpiade centra l’argento nella fossa olimpica perdendo lo shot-off contro il croato Josip Glasnović. Una finale tiratissima in cui il piemontese, fervente cattolico, guida l’Italia alla sua nona medaglia in tre giorni di gara verdeoro. Con questo sono tre gli argenti raccolti in carriera da Johnny a cui va aggiunto un terzo posto a Sidney nel 2000. Il bilancio parla di tre ori, quattro argenti e due bronzi, momentaneamente secondi nel medagliere ad un passo dagli Stati Uniti d’America. Nel pomeriggio invece, Niccolò Campriani, 28enne di Sesto Fiorentino piega la concorrenza nella Carabina ad aria da 10m con 206,1 punti davanti all’ucraino Serhiy Kulish (204,6) e il russo Vladimir Maslennikov (184,2). Un abisso di concentrazione e prontezza che ha portato l’ingegnere toscano a mettersi al collo il suo secondo oro in carriera alle Olimpiadi. Meticoloso nel corso dell’ultimo quadriennio ha provveduto, personalmente, allo sviluppo del materiale e alla costruzione della sua carabina, riuscendo dopo un periodo nero a ritrovare il sorriso. “Odio il mio sport”, con la sua mise, stempiato ed un velo di barba, abbinate alle parole successive alla vittoria ricorda il campione di tennis Andrè Agassi, confidatosi al mondo con la biografia Open.

L’Italia sembra aver riscoperto il suo spirito disciplinato e guerriero riuscendo ad imporsi nella scherma, nel judo e nelle gare di tiro. Le gemme di questa giornata si sommano alle affermazioni di Fabio Basile, capace di piegare ippon dopo ippon sul tatami i propri avversari nel judo categoria 66kg, e Daniele Garozzo trionfatore nella finale di fioretto maschile contro lo statunitense Alexander Massialas. Gli argenti di Odette Giuffrida, judo 52kg, e Rossella Fiamingo, spada femminile, completano il quadro di una nazione votata all’attacco.

 “Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”, di cui parlava Ugo Foscolo, nella poesia Alla sera, ha pervaso la spedizione italiana a Rio de Janeiro mettendo in fila le potenze mondiali dello sport. Con il fioretto in una mano e il fucile nell’altra, ci siamo lanciati verso queste Olimpiadi in cerca di riscatto, con alle spalle le macerie di uno Stato in completo abbandono. Evitando di analizzare la situazione del nostro paese – non serve a nulla mischiare il sacro con il profano – e senza una pianificazione sportiva convincente, a cui va aggiunta la mancanza di un piano preciso in vista della candidatura per Roma 2024, gli atleti nati da Bolzano a Palermo sono sbarcati in Brasile con la bava alla bocca. Nelle discipline che richiedono limpidità d’animo, lontane dal doping, lontane dai riflettori, ma vicine alla parte più recondita del sacro fuoco umano non siamo secondi a nessuno. Regali negli affondi, silenti nello sparo e tenaci nelle prese miste a proiezioni stiamo mostrando al globo, tra nazioni senza radici e gli apolidi rifugiati, qual è la matrice italica. La strada verso il 21 agosto, data della fine di queste Olimpiadi, è ancora lunga. Nell’atletica verremo sommersi da ogni latitudine della terra, ma la luce del genio, quando il lato celebrativo dell’agonismo si ispira alla guerra, brilla ancora nel Mediterraneo.
Lorenzo Cafarchio

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1 commento

  1. Ma avete notato la sfica che ha colpito i nostri atleti i primi giorni quando a Rio c’era il bugirdissimo Renzi?
    Nibali in testa fino a 10 km dall’arrivo cade rovinosamente,la stessa Fiamingo in vantaggio di 4 stoccate alla fine si sbraca e perde per non paralare di Jessica Rossi e del Tiro con l’arco.
    Appena andato via le medaglie d’oro sono arrivate.
    Un segne nale per l’Italia cacciamolo via e riprendiamoci tutto

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