Roma, 17 ago – Le divinità italiche talvolta fanno riemergere dalle rovine dei loro templi scoperte di straordinaria bellezza e interesse archeologico. Oggi è il caso della dea umbra e picena Cupra, una delle Grandi Madri italiche, dea ctonia delle acque e della fecondità. Identificabile con la dea etrusca Uni o con Astarte, per i Romani Cupra rappresentava invece le virtù della propria Bona Dea. Dalle rovine dell’antico tempio di Cupra, a Cupra Marittima, in provincia di Ascoli Piceno, riaffiorano oggi sgargianti colori paragonabili alle pitture pompeiane.

Le origini di Cupra Marittima

Affacciata sul Mare Adriatico dalla costa marchigiana, il territorio di Cupra Marittima offriva, fin dall’antichità, importanti risorse e snodi per le vie del commercio, via mare e via terra. Intorno al X sec. a.C. e prima dei piceni, l’area di Cupra era popolata da genti non italiche e, si pensa, nemmeno indoeuropee. Probabilmente, a occupare definitivamente per “primi” il territorio erano stati i Pelasgi. Essi erano un’antica popolazione mediterranea proveniente dall’area dell’antica Cipro. L’isola, oggi contesa tra Grecia e Turchia, secondo i miti greci avrebbe dato i natali a Venere, anche detta Cipride.

L’arrivo dei Romani

A poca distanza da dove gli etruschi nel VI sec. a.C. avevano gestito con successo un santuario dedicato ai commerci, i Romani si erano insediati intorno al I sec. a C. con un municipio poi promosso al rango di colonia”. A racconta all’Ansa è il direttore scientifico dello scavo Fabrizio Pesando, dell’Orientale di Napoli. “Abitata dalle famiglie degli eserciti di Marcantonio e Ottaviano e dai loro discendenti, Cupra, che aveva preso il suo nome proprio dalla divinità di quel tempio, era in quei decenni una cittadina fiorente, con un foro e il grande santuario di cui oggi resta purtroppo molto poco, ma che proprio gli scavi condotti dalla missione napoletana nelle scorse settimane hanno permesso in qualche modo di ricostruire”.

La dea rossa del rame e dell’amore

Venerata dagli Asili Ciprioti nella regione Asilia e, soprattutto, qui nel santuario di Cupra Marittima, al monte d’Agnesia, Cupra riveste il ruolo di dea rossa, o dea del rame. Forse è anche questo uno dei motivi che ha spinto i nostri antenati piceni a dipingere con cotanta maestria le gli elementi del suo santuario. Cupra Marittima era una colonia romana ed il suo nome deriva da cuprum cioè rame. Sul territorio Cuprense vi erano infatti diverse miniere del pregiato metallo. Cupra era chiamata infatti la Dea Rossa. Rossa come il fuoco e, in riferimento ad Afrodite, in greco Kupria, rossa come l’amore. Secondo alcuni, infatti, il suo nome deriva anche da cup cioè “desiderio”, dal quale prese nome anche il famoso Cupido. Una dea libera, dunque; orgiastica, lussuriosa e feconda come le sacerdotesse del suo tempio, che in suo nome, anche sessualmente, celebravano la sacra ierodulia. Questa pratica cultuale consentiva agli schiavi la liberazione dal padrone, a patto che questi si dedicassero interamente alla devozione della divinità e alla manutenzione del tempio, in alcune circostanze anche mediante riti orgiastici di natura sessuale.

Il culto matriarcale

Il culto di Cupra è quindi antichissimo. Divinità femminile di origine orientale, assimilabile alle Grandi Madri delle civiltà mediterranee, essa affonda le sue radici nelle primordiali religioni matriarcali fondate sulla venerazione della prosperità e della fecondità. I famosi reperti della Venere di Tolentino, di Frasassi, di Fano e gli idoletti femminili rinvenuti nell’Anconetano, rappresenterebbero nient’altro che la dea Cupra, unica divinità femminile adorata dai Piceni. Il tempio di Cupra era dunque un polo sacrale importante, considerato tra i più significativi dell’Italia pre-romana.Con ogni probabilità il tempio cuprense era meta di pellegrinaggi via mare, ma anche dall’entroterra. L’importanza di un tempio cultuale femminile nella terra dei Piceni, era accompagnata solo da un altro importante luogo di sacralità pagana di carattere femminile: stiamo ovviamente parlando del famoso Antro della Sibilla che, sui Monti Sibillini, custodisce ancora oggi leggende e magie. 

I colori di Cupra

La scoperta effettuata dagli archeologi dell’Università Orientale, in collaborazione con la soprintendenza e con il comune di Cupra Marittima, oltre al rosso, rivela però anche altri colori che adornavano il tempio di Cupra. Il giallo dello zoccolo delle pareti contrastava armonicamente con l’intensità del rosso pompeiana e con il nero che ne percorreva la fascia centrale, intervallati da fiori e candelabri che ne decoravano la pienezza delle tinte. Le nicchie per le statue votive erano illuminate da un azzurro mediterraneo e, probabilmente, anche il soffitto oggi andato perduto, potrebbe aver rispecchiato il cielo olimpico nella struttura divina. E’ emozionato l’archeologo dell’Università di Napoli, Marco Giglio, nello spiegare all’Ansa la grande scoperta. “I templi con l’interno della cella decorato da pitture sono rarissimi. Fino ad oggi se ne conosceva uno solo in III stile, quello della Bona Dea a Ostia, dove però lo schema decorativo sembra essere molto più semplice, oltre al criptoportico del santuario di Urbis Salvia, sempre nelle Marche, e al tempio romano di Nora, in Sardegna”.

Il restauro adrianeo del tempio

Secondo gli archeologi Giglio e Pesando, più o meno cent’anni dopo la sua fondazione, intorno al primo quarto del II sec.d. C., il tempio rivelò però gravi problemi statici. Gli stessi portarono i Romani a restaurare la struttura a fundamentis. “Un intervento impegnativo e costoso”, spiegano gli archeologi. Per i lavori di restauro vennero impiegate tecniche all’avanguardia usate anche a Pompei dopo il terremoto del 62 d.C, quello che precedette la celebre eruzione del Vesuvio. C’è una forte probabilità che a finanziare il restauro sia stato l’imperatore Adriano. Egli era sì nato in Spagna, ma discendeva da una famiglia picena di Atri. Nel 127 d.C. visitò la terra di origine e si fermò a Cupra. “In quell’occasione – ritengono gli archeologi – il tempio perse i suoi magnifici colori originari, perché dovendo rinforzare i muri che contenevano la cella del santuario, anche le pareti vennero scalpellate e poi con tutta probabilità rivestite di marmo, come imponeva ormai la moda dell’impero“. Fu così dunque che l’azzurro, il giallo, il verde e il rosso che decoravano il tempio di Cupra finirono distrutti a rinforzare il pavimento del santuario.

Cuprasmatres plestinas sacru esu

Il tempio di Cupra, dopo il restauro ordinato da Adriano, come riporta un’antica iscrizione romana rinvenuta nei pressi di Grottammare, diventa un esastilo corinzio. Le sei colonne della facciata svettavano per ben nove metri, ornate da ricchi capitelli. Una serie di semi-colonne in muratura, addossate alle pareti laterali, abbracciavano magnifici gocciolatoi a testa di leone oggi riportati alla luce dagli scavi. Nel parco archeologico, ancora oggi, si possono ammirare due grandi archi in laterizio che affiancano il perimetro del tempio. Davanti alla scalinata del santuario, vi sono poi ancora i resti di un basamento, forse un monumento celebrativo dedicato proprio all’imperatore, ma di cui non abbiamo traccia. Nei secoli successivi, però, non si sa per quale ragione la magnificenza dell’area sacra è stata smantellata. I marmi e le colonne ridotti a calce da reimpiegare in altri edifici. A fine Ottocento i muri del tempio furono abbattuti per costruire un casale le cui rovine ancora deturpano la vista sull’antica scalinata del santuario romano.

Lo studio continua sulle tracce degli avi

I nuovi reperti, rinvenuti dalla missione archeologica, si trovano adesso nei laboratori di restauro dove il team di studiosi proseguirà le affascinanti ricerche storiche. Conclusa questa prima fase, gli scavi riprenderanno la prossima primavera e si concentreranno invece sui due archi e sul lato posteriore del tempio di Cupra, in modo da studiare la sua seconda fase. Queste preziose ricerche danno, al popolo italiano così come al mondo intero, la possibilità di conoscere ed apprezzare la vita dei nostri antenati.

L’importanza della bellezza nell’architettura

Dall’ingegno nella costruzione fino alla cura dei particolari, anche con l’ausilio di sgargianti colori, i nostri avi possono ancora insegnarci un’abilità e un’etica che oggi sembrano tramontate definitivamente. L’odierna rincorsa al profitto su ogni singolo mattone e la mania di inseguire stili architettonici grigi ed esterofili, sta portando la nostra società ad un urbanizzazione soffocante e priva di bellezza. Ma d’altronde, oggi, i nuovi dèi occidentali vivono in sgargianti ville asettiche e, di templi, non ne hanno bisogno. Alla bellezza e alla devozione dell’uomo, da omuncoli conciati “divinamente”, essi preferiscono l’ex voto di un cuoricino o un pollice alzato sui social.

Andrea Bonazza

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