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Spesso si tende ad associare la tricopigmentazione ad un tatuaggio, arrivando a definire in maniera molto simile la tecnica di entrambi.



Ma è davvero così, oppure questi due interventi sono completamente diversi? Scopriamolo insieme.

Tricopigmentazione e tatuaggi: due mondi diversi ma molto simili

Può capitare, soprattutto in chi non possiede delle conoscenze specifiche dell’argomento, di associate la tricopigmentazione ad un semplice e comune tatuaggio.

La prima grande differenza consiste nel fatto che un tatuaggio non può essere riprodotto sul cuoio capelluto, in quanto non ha un fine diverso se non quello di donare un grande impatto estetico a chi decide di ricorrervi, mentre invece la micropigmentazione ha il compito di contrastare il diradamento dei capelli causato da calvizie o alopecia, oppure coprire la presenza di cicatrici molto brutte.

Il tatuaggio ha come unico fine quello di decorare il corpo, ed è per questo motivo che da molti anni viene praticato da tantissime culture, che decidono di ricorrervi per usanze religiose ed estetiche.

Le differenze fra le due tecniche

La prima grande differenza è data dalla durata, poiché nel caso della tricopigmentazione di Toni Belfatto, a meno che non ci si sottoponga a dei ritocchi, l’effetto svanirà nel giro di pochi mesi, mentre il tatuaggio decorativo ha dei risvolti permanenti per via delle sostanze chimiche che penetrano nella cute.

Molto diversa è anche la profondità raggiunta dal pigmento, che è  presente in dosi molto più forti nel tatuaggio,  e anche l’ago non è  lo stesso in quanto in questo caso è molto più lungo e molto più spesso.

Anche la formazione per poter diventare tatuatori piuttosto che tricopigmentazionisti è molto diversa, poiché bisogna studiare delle tecniche molto precise ed essere in grado di utilizzare degli strumenti che riescono a riprodurre degli effetti naturali senza risultare troppo invasivi, e bisogna utilizzare una manualità in grado di non traumatizzare la zona trattata.

Perché tricopigmentazione e tatuaggio sono cose diverse

Ad un primo impatto, la tricopigmentazione potrebbe essere facilmente associata ad un tatuaggio, poiché anche in questo caso il pigmento viene inoculato sottopelle tramite degli aghi.

Ma aghi e strumenti non sono gli stessi e nemmeno la tecnica con la quale l’operatore svolge il suo lavoro.

Esso infatti, dovrà essere in grado di utilizzare questi strumenti in maniera molto precisa, e potrà svolgere la sua mansione solo dopo aver seguito un corso di formazione accurato.

Durante la seduta di tricopigmentazione, il pigmento viene inoculato in profondità, ma differenza del tatuaggio tradizionale, questi pigmenti tenderanno ad essere riassorbiti con il passare del tempo e se non verranno ribattuti spariranno del tutto, cosa che invece non potrà accadere con un tatuaggio.

Questo infatti fa utilizzo di altre sostanze che tendono ad aggrapparsi alle particelle della cute, e non possono essere smaltite dall’organismo nemmeno dopo tantissimo tempo.

È meglio la tricopigmentazione o il tatuaggio?

Ovviamente si tratta di due tecniche ben diverse, e quindi prima di poter asserire che una sia migliore dell’altra, è utile indagare sul motivo che ci spinge a scegliere una piuttosto che l’altra.

Se per esempio si vuole mascherare la perdita dei capelli senza ricorrere a dei interventi troppo invasivi, la tricopigmentazione è più indicata,  in quanto copre la zona colpita e riesce ad attuare un camuffamento che può essere ripreso dopo tanto tempo per renderlo più simile ai capelli che tendono a cambiare con gli anni.

Allo stesso tempo questa risulta essere molto più delicata rispetto a un tatuaggio tradizionale, che non solo non riuscirebbe a riproporre l’aspetto dei capelli, ma potrebbe essere molto aggressivo per una zona delicata e fragile come il cuoio capelluto.



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