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Roma, 18 mar – Arrivano gli anticorpi monoclonali negli ospedali italiani. Il Commissario all’emergenza sanitaria gen. Figliuolo ne ha acquistati 150 mila per un valore di 100mila euro; i primi flaconi sono stati già consegnati nelle strutture ospedaliere della Penisola. Gli anticorpi monoclonali rappresentano una delle cosiddette «terapie indirette», che modulando il sistema immune dell’ospite rendono inefficace l’attacco virale e contengono i sintomi più gravi dell’infezione.

Con un’altissima percentuale di guarigione (3 pazienti su 4) se somministrati in pazienti a rischio nelle prime 72 ore dalla comparsa dei sintomi, rappresentano una speranza e un cruciale punto di svolta nella terapia contro il virus.

Si parte, nonostante il silenzio dell’Ema

Il via libera al rifornimento è partito dall’Aifa che ha approvato il Bamlanivimab di Eli Lilly e il Regeneron di Roche – lo stesso che, ricordiamo ha guarito tempestivamente l’ex presidente Usa Donald Trump. Colpevole il silenzio dell’Ema che tarda ad esprimersi sull’utilizzo di questi farmaci. Il via libera alla distribuzione era arrivato dopo la firma di un decreto d’urgenza da parte del ministro della Salute Roberto Speranza, sfruttando l’opportunità concessa dalla legge 648 del 1996. Con essa è possibile far entrare nel Ssn farmaci ancora in corso di sperimentazione in assenza di una terapia alternativa valida contro una determinata patologia.

Gli anticorpi monoclonali andranno ai pazienti più a rischio

La terapia a base di monoclonali riguarderà principalmente i pazienti ad alto rischio, che abbiano sviluppato il Covid da al massimo 72 ore. A differenza dei vaccini il farmaco prevede una sola inoculazione e copre tutte le varianti note del coronavirus. Gli effetti del farmaco sono apprezzabili in pochissimi giorni a partire dalla data di infusione. L’efficacia degli anticorpi è altissima: secondo gli studi di Eli Lilly più del 70% dei malati ne trae beneficio. Secondo i ricercatori di Vir Biotechnology e della britannica Gsk, con gli anticorpi monoclonali i ricoveri e dei decessi in pazienti ad alto rischio si riducono dell’85%.

Cristina Gauri

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