Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 15 dic – Mimmo Zardo chiederà un risarcimento di 6 milioni di euro al comune di Alice Superiore (Torino) e al consorzio che si occupa di tutela minori e affidi, colpevoli di aver favorito l’allontanamento illecito di suo figlio Erik. Una class action verso quegli operatori che nel corso della sua travagliata vicenda invece di aiutare un padre e una madre (Mimmo e Tetyana) a trovare equilibrio e armonia in un momento di crisi di coppia, hanno abusato della loro posizione in modo spietato e cinico alimentando una conflittualità insanabile.

La storia di Mimmo Zardo è nota: suo figlio nel 2012 è stato rapito dall’ex compagna e portato in Ucraina. La madre, per riuscire nell’intento di separarsi dall’ex compagno e fare in modo che non potesse più vedere il bambino, non ha esitato ad accusare il padre di maltrattamenti fisici e psicologici. Calunnie e menzogne sostenute da false testimonianze che hanno trovato ampio supporto da parte degli operatori della “tutela minori” i quali hanno reiteratamente avvallato le fallaci tesi della donna.

Le traversie di Zardo cominciano quando si innamora della ragazza proveniente dall’Ucraina, Tetyana Gordiyenko a cui segue la nascita del figlio Erik. L’idillio si rompe dopo qualche mese dal lieto evento: la compagna vuole lasciare il padre. Il piano viene concordato nei dettagli con un cast composto da vari attori (servizi sociali, psicologi, avvocati…) in grado di entrare in scena col un ruolo preciso finalizzato ad accusare Mimmo di maltrattamenti e violenza psicologica, per allontanarlo dalla compagna e dal figlio che verranno alloggiati per mesi (a spese della collettività) in una casa protetta. Nel dramma compare anche la madre di Tetyana, Olga, che si adopererà per danneggiare il più possibile Mimmo, alienargli Erik ed ottenere il massimo dei benefici attraverso un mantenimento certo. A suggerire alle donne i passi da compiere, cosa dire, quali accuse presentare, dove e a chi rivolgersi sono gli operatori dei vari servizi pubblici impiegati negli enti. La vicenda ha il suo apice il 12 maggio 2012 quando il piccolo viene rapito e portato definitivamente in Ucraina.

Un processo kafkiano

Oltre a vivere il lutto per la perdita di un figlio vivo, a Mimmo toccherà subire un lungo processo infamante da uscirà pulito per non aver commesso i fatti contestati, mentre la posizione della ex compagna si rovescia: da accusatrice viene condannata in via definitiva a 5 anni e 2 mesi di reclusione per sottrazione di minore. Le perizie che descrivevano Zardo violento ed insensibile si rivelano infondate così come le motivazioni che erano servite ad allontanare il padre da suo figlio. Sono infatti queste le ragioni che stanno alla base del ricorso presentato da Zardo nei confronti del consorzio socio-assistenziale resosi colpevole di intervento illecito e di allontanamento del piccolo.

A fornire sostegno legale nella class action avviata da Mimmo Zardo sarà l’avvocato Rita Ronchi: per ricostruire l’intera vicenda del suo assistito ha messo in ordine la lunga lista dei fatti, alcuni dei quali sconfinanti in veri e propri reati, che avevano permesso alla madre di Erik e alla nonna Olga,di rapire il piccolo. Procedimenti con cui i servizi sociali, senza pietà e prudenza, hanno portato la coppia verso una conflittualità irreparabile.

Parla il legale di Zardo

Spiega il legale: “Non solo cercheremo di riportare il figlio in Italia, da suo padre, ma cercheremo anche di accertare da parte della Magistratura tutte le responsabilità e le connivenze che si sono susseguite, per fare chiarezza di tutte le inefficienze del sistema”. Continua l’avvocato: “Dalla ricostruzione dei fatti risulta che la madre e la nonna abbiano usufruito dell’intervento degli assistenti sociali del consorzio in rete assolutamente illegittimo: prima si sono nascoste con il bambino privandolo della propria libertà presso una famiglia che distava a pochi metri dalla loro abitazione, dopo di che è stato emesso un 403 richiedendone conferma al tribunale per i minori, quindi è stato effettuato dal pm, attinto dalla notizia degli assistenti sociali. Questo procedimento ex 403 del codice civile ha trovato una decisione negativa dell’operato fin lì effettuato da parte del tribunale dei minori. Un evento abbastanza straordinario è stato quello, in base al quale, nonostante le sole risultante della relazione sociale e del ricorso in sé, il tribunale dei minorenni del Piemonte e della valle d’Aosta tempestivamente abbia rigettato il decreto indicando come si versasse chiaramente in un’ipotesi di litigiosità coniugale con non poteva essere bypassata con questo 403, che è un provvedimento estremamente limitativo e che deve essere emesso in caso di abbandono del minore; fatto questo che era insussistente nel decreto. La pericolosità del rapporto madre figlia poi era stata segnalata così come il rischio di rapimento del minore. Dal giorno in cui è stata emessa una decisione del tribunale per i minorenni che sosteneva che non vi erano i presupposti per un allontanamento per un insediamento in casa protetta – perché non vi erano tali presupposti per limitare così la genitorialità dello Zardo – senza alcun provvedimento giudiziario il padre ugualmente è stato privato del vedere suo figlio, la famiglia Zardo è stata privata di vedere il proprio nipote, mentre a spese pubbliche degli enti territoriali coinvolti le due donne sono state inserite in una presunta casa protetta che poi era invece una casa libera, dalla quale nel corso del tempo hanno organizzato la fuga. In questa vicenda tutti hanno agito con protervia sapendo che non sarebbero stati puniti”.

Come state procedendo?

Abbiamo contestato la responsabilità civile sia degli assistenti sociali che del comune con una missiva; nel frattempo il comune ha già risposto che nulla c’entra mentre gli assistenti sociali hanno risposto che hanno dato incarico al loro legale e devono ancora rispondere.

Cosa vi aspettate?

Innanzitutto di far emergere e porre luce su queste prassi distorte che sono state applicate a Mimmo Zardo, tra l’altro sistematicamente ritrovabili in decine di casi di padri allontanati e screditati con false accuse e false perizie. Importante far emergere questo sistema sbagliato che ha fornito terreno fertile per la commissione di reati contro il bambino e suo padre da parte della madre; abbiamo un’aspettativa morale e se dovesse essere dichiarata una responsabilità del consorzio e del comune la remunerazione economica non colmerà la perdita del figlio. Non ci stiamo muovendo solo sotto il profilo civile ma anche sotto quello penale perché la sola condotta di sottrazione di minore in capo alla madre non reca giustizia ai veri fatti. Si segnala infatti il concorso pieno della nonna. Inoltre Zardo ha sempre denunciato non solo la sottrazione internazionale di minore, che come reato ex articolo 574 bis prevede la lesione del bene giuridico della potestà genitoriale, ma proprio che il bambino sia stato privato della sua libertà personale e sequestrato. Questa cosa il padre l’ha sempre segnalata e puntualmente la magistratura ha fatto finta di non accorgersi. Per questo presenteremo sicuramente una denuncia complessiva di tutti i fatti commessi in Italia che a tutt’oggi hanno protrazione nella condotta attuale della Gordienko. Un tentativo disperato ma credo che la Procura debba pronunciarsi sul punto.

Il sistema che regola gli affidi sta in piedi perché, intorno al fenomeno, girano tanti soldi?

Mettiamola così: la mia esperienza personale mi dice che di fronte a persone validissime che si sono sempre impegnate nell’interesse dei bambini il sistema così come è strutturato consente una deviazione e non consente il controllo per evitare che succedano questi fatti. Il più delle volte i giudici, avendo un valido appoggio nel sistema degli assistenti sociali tendono a reperire le loro relazioni senza avvedersi delle incongruità logiche e giuridiche che gli stessi propongono ed anzi il più delle volte li ratificano in provvedimenti che si possono tranquillamente giudicare abnormi. Bibbiano non è un caso isolato, le criticità riscontrate nel sistema reggiano sono facilmente riscontrabili in altri tribunali per minorenni. Già solo il fatto che la società civile abbia paura degli assistenti sociali, che invece dovrebbero essere dei soggetti tramite i quali andare per ottenere un aiuto, la dice lunga sul fatto che questo sistema così com’è, non funziona. Una risposta per riformare il sistema potrebbe essere quella di usare le relazioni degli assistenti sociali come un input non come trascrizione capace di determinare provvedimenti giudiziari. Le procure che decidessero finalmente di porre fine a questo sistema malato dovrebbero indagare gli assistenti sociali per falso in atto pubblico; questo chiaramente darebbe loro una responsabilità penale, che già hanno ma della quale e per la quale hanno, fin qui avuto facile via di fuga, perché anche di fronte all’evidenza si tende a non indagare mai gli assistenti sociali anche quando hanno rapporti diretti con le parti o quando firmano relazioni discutibili con elementi ad essi contrari. Questa già sarebbe un grandissimo passo nei confronti della soluzione del problema.

Burocrazia fredda e dannosa

Sia il legale sia il ricorrente sono consapevoli del fatto che la richiesta di risarcimento su cui stanno lavorando rappresenta il “caso zero” che potrebbe dare l’avvio a ricorsi verso coloro i quali, abusando della loro posizione, si sono resi responsabili di sofferenze e dolori per tante famiglie e tanti bambini. Zardo, sollevato da tutte le accuse, dopo essere stato pienamente assolto, non trovandosi più nella condizione di ricatto o sottomissione a cui devono invece sottostare tanti genitori di fronte a psicologi, assistenti sociali, avvocati giudici e operatori, oggi se lo può permettere. Ben conscio del comportamento di quei personaggi, capaci di passare da feroci accusatori a pusillanimi che provano a far credere di non essere stati in grado di potersi opporre o di non aver potuto fare nulla per impedire che i fatti andassero in un certo modo. Personaggi che si rivelano freddi burocrati inetti nascosti dietro la scusa delle “procedure codificate”, insensibili verso chi stanno danneggiando in modo irreparabile, il bambino, tolto dal suo contesto e sbattuto in una della tante case protette che necessitano sempre di essere tenute “in esercizio”.

“Questi soggetti quando riescono, quasi sempre con illeciti pesantissimi, ad interrompere un rapporto genitoriale, difficilmente si adoperano per ricostruirlo – fa notare Mimmo Zardo – e la mancata sorveglianza sulle strutture o famiglie che accolgono questi minori rapiti, è un’altra gravissima contraddizione che deve essere valutata seriamente, così come serve cambiare completamente il modo di valutare i genitori naturali, che stanno magari vivendo un momento di difficoltà, sempre sospettati di ogni nefandezza a fronte di soggetti esterni, ritenuti più idonei, e che in realtà fanno business sull’accoglienza, sulla pelle dei bambini”.

Infatti, chi si prende l’onere di controllare il giro d’affari conseguente agli affidi eterofamigliari ed allontanamenti dei minori, calcolato in molti miliardi di euro all’anno? Compito che ogni amministratore dovrebbe appuntarsi in agenda conteggiando ad esempio quanti sono i soldi spesi negli ultimi dieci anni per allontanamenti (ex art 403 C.c. ed altri) ed affidi eterofamigliari” e quanti, nello stesso periodo, per aiuti diretti ad entrambi i genitori naturali”?

Una montagna di soldi

Il fenomeno degli affidi muove una montagna di denaro. Esentasse e senza rendicontazione: ecco perché non è possibile una precisa indagine statistica e con numeri alla mano. Le “rette” passano come donazioni a supporto del nucleo famigliare o casa famiglia ospitante, che può spendere o non spendere a piacimento quei soldi. Non è quindi possibile sapere alcunché di preciso su quale sia il giro d’affari complessivo a totale disposizione dei titolari/affidatari, perché non sono tenuti a dichiarare niente a nessuno, e sovente i piazzamenti dei minori presso tali presìdi sono confermati da una semplice scrittura privata nemmeno comunicata al Tribunale dei Minori, men che meno all’Agenzia delle Entrate. Proviamo allora ad immaginare di togliere i finanziamenti a chi gestisce le case protette, intestate tutte a soggetti terzi privati, e di riportare il servizio in capo ad un ente pubblico: quanti si dedicherebbero a soggetti su cui non c’è nulla da guadagnare?

Il sospetto deve averlo avuto anche il sostituto procuratore, Valentina Salvi, secondo il quale gli indagati avevano messo in piedi, da diversi anni un redditizio sistema di “gestione minori”, con un giro d’affari da parecchie migliaia di euro. Ogni ospite che risiede in una casa famiglia rende alla comunità o cooperativa dai 70 fino a 400 euro al giorno. La retta agli istituti (sia religiosi sia laici) viene pagata dai comuni. Soldi pubblici, dunque. Erogati fino a quando il bambino resta “in casa”. Un giro d’affari e di denaro dalle proporzioni ciclopiche che tiene in servizio le oltre 1800 case famiglia italiane che hanno necessità di mantenersi le loro “quote” di minori. E se un bambino viene ridato ai genitori o assegnato a una coppia affidataria è un bel guaio: perché è una retta in meno che entra nelle casse della comunità.

Soluzioni politiche

Dopo lo scandalo di Bibbiano però qualcuno in politica ha scelto di voltare pagina e si è mosso per cercare di porre fine ai troppi abusi del sistema. L’assessore della regione Piemonte alle Politiche sociali ed ai bambini, Chiara Caucino (Lega), ha da poco presentato il Ddlr Allontanamento Zero, che mira ad impedire che lo strumento dell’allontanamento dei minori dai propri genitori continui ad essere adoperato in modo scriteriato o addirittura a scopo di lucro. Norme stringenti ed un monitoraggio continuo da parte della regione assicureranno un uso soltanto residuale di quello strumento estremo e cioè solo dopo che siano falliti tutti gli aiuti e i sostegni, che il Servizio Sociale dovrà dimostrare di aver fornito prima di minacciare un allontanamento, diretti alla coppia genitoriale ed ai famigliari dei bambini.

Così si dovrà passare a regime, dagli attuali 44 milioni di euro spesi per confinare bambini in cosiddette case famiglia o strutture simili, ad almeno il 40% di tale esborso pubblico diretto invece ad aiuti concreti ai genitori naturali, nella tutela della permanenza di ogni bambino nella propria famiglia anche nei momenti di crisi o di debolezza del nucleo. Una ventata di cambiamento, che per padri combattenti come Mimmo Zardo costituisce una positiva speranza affinché sia, da ora in poi, evitata ad altri l’immensa sofferenza vissuta da lui e dal piccolo Erik.
Antonietta Gianola

2 Commenti

Commenta