Roma, 16 dic – È morto all’età di 53 anni in una clinica a Roma l’allenatore ed ex calciatore Sinisa Mihajlovic. Dal 2019 era malato di leucemia. Malattia contro cui ha combattuto sempre a testa alta com’era nel suo stile e nel suo carattere.

Addio a Sinisa Mihajlovic

Mihajlovic era uno di quelli che non si tirano mai indietro. Nemmeno quando il 13 luglio del 2019 aveva annunciato al mondo di essere malato di malattia. Con la solita sincerità e lo solita tempra da guerriero aveva commentato: “Non ho paura, so che vincerò”. Non aveva abbandonato il proprio posto e il Bologna, squadra a cui era alla guida in quel momento. Il 29 ottobre dello stesso anno si era sottoposto ad un intervento per il trapianto di midollo osseo. Dopo l’operazione era riuscito a tornare a sedere stabilmente sulla panchina del Bologna, almeno fino al settembre di quest’anno quando la società lo ha esonerato dopo un difficile avvio di stagione.

La carriera calcistica

Nato a Vukovar nell’ex Jugoslavia da padre serbo e madre croata, ha mosso i primi passi da calciatore nella vicina Borovo, per passare alla Vojvodina. Nel 1990 il grande salto nella Stella Rossa di Belgrado con cui vinse la Coppa dei Campioni. Nel 1992 l’arrivo in Italia che sarebbe diventata la sua seconda casa, con il passaggio alla Roma. Poi la definitiva consacrazione con Sampdoria e Lazio, per dire infine addio al calcio giocato con l’Inter nel 2006. Difensore dotato di un sinistro potente e preciso, è ricordato come uno dei più grandi specialisti da calcio piazzato, capace addirittura di segnare un tripletta su punizione. Si tolse diverse soddisfazioni anche da allenatore, passando per Catania, Fiorentina, Sampdoria, Milan, Torino e Bologna, ebbe anche il privilegio di allenare la nazionale della Serbia.

L’uomo fuori dal campo

Mihajlovic era riuscito a farsi distinguere anche fuori dai campi da calcio. Il suo temperamento deciso e combattivo gli era valso il soprannome di sergente. Non aveva paura dire ciò che pensava, come quando durante le regionali in Emilia-Romagna aveva appoggiato la Lega, finendo nel tritacarne della sinistra che per questo lo aveva criticato e insultato duramente. Capace di prese di posizioni forti, negli anni da Ct della Serbia aveva escluso il fantasista Adem Ljajic perché si era rifiutato di cantare l’inno nazionale. Durante la guerra in Jugoslavia ha raccontato di come la sua vicinanza agli ultras della Stella Rossa aveva salvato un suo zio. Non era mai banale nemmeno nelle sue parole, come quando strigliò i suoi giocatori che si lamentavano delle difficoltà: “Non è facile alzarsi alle 4 per andare a lavorare alle 6 senza riuscire ad arrivare a fine mese. Questo non è facile”. Oppure quando dopo i primi mesi della malattia aveva detto: “Sono un uomo. Mi sono rotto le palle di piangere”. Ed è così che lo vogliamo ricordare, come un uomo vero, sempre coraggioso e sincero, simbolo di un calcio che forse non c’è più.

Michele Iozzino

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1 commento

  1. Leucemia, un’ altra vergogna dei tempi moderni? Penso proprio di sì.
    E’ rimasto il calcio alla intelligenza, al intuito, alle statistiche, alla voglia di ammettere candidamente…

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