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Roma, 27 mar — Il governo e l’Iss erano a conoscenza dei rischi connessi al Covid-19 fin dal 5 gennaio scorso, ma in quei giorni nulla è stato fatto per anticipare il caos. É quanto emerge da una nota del ministero della Sanità, risalente a quella data, pubblicata nell’edizione odierna del Fatto Quotidiano. Il documento di tre pagine era stato diffuso all’arrivo dell’informativa dell’Oms, diramata in quei giorni ai governi di tutto il mondo e riguardante i primi casi di Covid-19 di cui si era avuto notizia dalla Cina — Paese nel quale, ricordiamo, il coronavirus circolava fin dal 23 ottobre scorso.

La nota del 5 gennaio

Il ministero della Salute aveva inoltrato la nota a vari enti tra cui l’Istituto superiore di sanità, l’ospedale Sacco di Milano e lo Spallanzani di Roma. L’oggetto riguardava una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, segnalata dal 31 dicembre da Pechino. Il 3 gennaio i casi erano diventati 44, il mercato di Wuhan veniva chiuso e si iniziava a parlare di nuovo coronavirus. La nota era già molto chiara sui sintomi dell’infezione: “febbre, difficoltà respiratorie, mentre le radiografie al torace mostrano lesioni invasive in entrambi i polmoni”. Si trattava, cioè, dell’ormai tristemente nota polmonite interstiziale bilaterale, che si rivelerà una malattia estremamente virulenta per la quale non esiste vaccino o cura. Gli italiani dormivano ancora sonni tranquilli, all’oscuro di tutto, così come i medici di base ai quali nessuno si era premurato di trasmettere l’informativa.

Per l’Unità di crisi tutto ok

Di quelle “strane polmoniti” che iniziavano a diffondersi a cavallo tra dicembre e gennaio si ricomincerà a parlare solo dopo il 21 febbraio, riconsiderate in seguito alla scoperta dell’esistenza del paziente 1 di Codogno. Quando ormai è troppo tardi.
Ma ritorniamo a gennaio, il 9 per la precisione, quando in Lombardia si era riunita quella stessa Unità di crisi che in questo momento sta fronteggiando l’epidemia. Nessun provvedimento viene preso, nonostante l’avvertimento contenuto nella nota del 5 gennaio: “il verificarsi di 44 casi di polmonite che necessitano di ospedalizzazione e formati un cluster deve essere considerato con prudenza”.

Allarme terapie intensive da inizio febbraio

E così si arriva alla fine di gennaio, quando la Germania circoscriveva i primi 4 casi di covid-19, quelli che diventeranno poi vettore del contagio nel lodigiano. Si scoprono i primi due casi di turisti cinesi infetti a Roma, il governo chiude — inutilmente, come vedremo — i voli ma salta a piè pari la questione degli ospedali e i medici di base continuano a rimanere all’oscuro della famosa nota. Dai primi di febbraio si susseguono le riunioni all’Iss, si continua a sottovalutare il rischio, come confermato dal professor Antonio Pesenti, direttore di rianimazione al Policlinico di Milano, che spiega al Fatto come “fin da subito era stato chiarito che le terapie intensive sarebbero andate in sofferenza”. Nonostante l’allarme lanciato, l’esecutivo, la cui unica preoccupazione riguarda la fantomatica “emergenza razzismo” connessa all’origine cinese del virus, non prende provvedimenti per anticipare l’emergenza. Il 21 febbraio, si avrà il primo paziente italiano contagiato da Covid. I risultati di questa sottovalutazione sono in data attuale sotto gli occhi di tutti.

Cristina Gauri

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