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Roma, 13 mag – Massimo D’Alema “deve restituire 500mila euro” intascati quando era presidente della Fondazione dei socialisti europei (10mila euro al mese): l’ex premier finisce in tribunale. A portarlo alla sbarra, al tribunale civile di Bruxelles, è proprio la Feps-Fondazione degli studi progressisti, che D’Alema ha guidato dal 2010 al 2017. Ma l’ex leader dei Ds non sente ragioni, anzi fa presente che le sue “prestazioni intellettuali” valevano pure di più di mezzo milione di euro. Ma cerchiamo di capire che è successo.

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La Fondazione dei socialisti porta D’Alema in tribunale

Secondo quanto riporta Repubblica, i nuovi vertici della Feps, che è la fondazione delle fondazioni di sinistra, sostengono che D’Alema non avrebbe avuto diritto a incassare i soldi in questione. Il segretario generale dell’associazione, Laszlo Andor, fa presente: “Abbiamo presentato l’azione legale venerdì scorso”. Ma a sentire l’ex presidente della fondazione, si tratta di una “iniziativa immotivata. Andremo in giudizio e poi sarò io a chiedere i danni. Di certo è una vicenda che davvero mi amareggia“.

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D’Alema presidente della fondazione dal 2010 al 2017 (dal 2013 con tanto di stipendio)

D’Alema viene eletto presidente della fondazione legata al Pse nel giugno del 2010. Per tre anni quella carica viene svolta senza percepire alcuna remunerazione. Del resto tutti i suoi predecessori e l’attuale successore, la portoghese Maria Joao Rodrigues, non hanno mai ricevuto compensi. Dal 2013 però – da quando, coincidenza, D’Alema non è più parlamentare – e fino al 2017 – quando abbandona la Fondazione dopo uno scontro con l’allora segretario del Pd Matteo Renzi – viene introdotta una novità. Un contratto siglato insieme all’allora segretario generale della fondazione, il tedesco Ernst Stetter, per circa 120mila euro l’anno. Di quel contratto, però, a quanto pare nessuno avrebbe saputo niente. Pare infatti che non sia mai stato sottoposto all’attenzione degli organismi dirigenti.

Contratto “fantasma” e pagamenti mai effettuati con i canali digitali

Quel contratto sarebbe stato custodito con molta cura e cautela, e i pagamenti non sarebbero mai stati effettuati con i canali digitali. Finché nel 2019 inizia a emergere qualche dubbio, quando a Stetter subentra l’economista ungherese Laszlo Andor. Il nuovo segretario infatti compie una sorta di due diligence sui conti della fondazione. Anche perché era in arrivo una richiesta ordinaria dal Parlamento europeo: controllare i bilanci. Questo perché le fondazioni del tipo della Feps ricevono dei sostanziosi sostegni da Strasburgo. Si tratta a tutti gli effetti di finanziamenti pubblici e il controllo da parte dell’Europarlamento su come quei soldi sono utilizzati è periodico e incisivo.

La Fondazione deve rendere conto delle spese al Parlamento europeo

Ebbene, il primo risultato che viene fuori è che negli anni successivi al 2017 emerge un consistente risparmio nel costo del lavoro. Poiché non ci sono stati licenziamenti non si capisce il motivo dei tanti soldi risparmiati. Finché non si scopre il contratto di cui hanno beneficato soltanto D’Alema e Stetter. Pertanto la presidente e il segretario generale della fondazione chiedono a D’Alema di ristornare quei soldi. Soprattutto per rassicurare il Parlamento europeo e garantire i finanziamenti futuri alla Feps. Ma l’ex presidente risponde picche. Gli attuali vertici vorrebbero una soluzione amichevole e fanno presente che quel contratto esulava dall’ordinaria amministrazione e quindi c’era l’obbligo di sottoporlo al bureau e all’assemblea della fondazione.

Per l’ex premier le sue “prestazioni intellettuali valgono di più di quel che mi hanno dato”

Per D’Alema, che si è affidato allo studio legale Grimaldi, invece è tutto regolare. “Non è vero che doveva passare all’esame del bureau. Non hanno nemmeno voluto ascoltare il segretario dell’epoca, Stetter. Lui aveva proposto di pagare le mie prestazioni intellettuali. Che ho fatto valutare da una società ad hoc: valgono di più di quel che mi hanno dato. E alla Feps ho anche regalato un libro senza pagare i diritti”, è la replica di D’Alema.

Le 25 fondazioni europee votano sulla causa civile contro D’Alema: 23 sì e 2 astenuti

Nessuna trattativa successiva va a buon fine e si arriva al 30 marzo scorso. L’invito a D’Alema è di nuovo a transare, altrimenti sarebbe stata inevitabile la via della causa legale. L’ex premier ribadisce la sua buona fede e insiste sulla legittimità dei suoi comportamenti. Si arriva al voto. Sono presenti 25 fondazioni europee tra cui 4 italiane: la Fondazione Socialismo, la Fondazione Gramsci, la Fondazione Pietro Nenni e la Fondazione ItalianiEuropei, quella di D’Alema. Il voto finisce con 23 favorevoli alla causa civile e due astenuti. Si decide quindi per la causa civile e venerdì scorso l’intero incartamento è stato depositato presso il tribunale civile di Bruxelles. Può così iniziare la causa dei socialisti europei contro D’Alema. Vedremo come se la caverà l’ex Pci.

Adolfo Spezzaferro

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2 Commenti

  1. Che figuraccia di m., ex compagno D’Alema. Saluti dalla Serbia e oltre da dove ti mandano qualche piccolo, modesto accidente. Produci bene il vino, bevi bene e non rompere…

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