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Roma, 25 apr – Sale a 150 il numero dei medici italiani morti per il loro impegno nel contrasto del coronavirus. L’ultimo in ordine di tempo è stato Gianbattista Perego, medico di base a Treviolo, provincia di Bergamo; 63enne, aveva contratto l’infezione durante primi giorni della pandemia. Ogni giorno si allunga la lista dei «caduti sul campo» nella lotta al Covid-19; un triste elenco di cui tiene traccia la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), che ha dedicato sul proprio sito una pagina con tante croci virtuali, ognuna per ogni medico deceduto. Oggi le croci sono diventate 150. A questi decessi si aggiungono quelli di altri lavoratori della sanità morti a causa del Covid-19, cioè 34 infermieri, 18 operatori sociosanitari (oss) e 13 farmacisti.



Sono 51 i dottori di famiglia ad aver perso la vita, seguiti dai medici ospedalieri (30). La Regione Lombardia registra l’ennesimo tragico primato: da lì provengono 86 dei camici bianchi caduti vittime del virus. Seguono Emilia-Romagna (15), Campania e Piemonte (8), Marche (6) e Veneto (5).

Fnomceo inserisce nel proprio elenco dei decessi anche i pensionati, alcuni dei quali non erano neanche più iscritti all’Ordine. Tra questi, una dozzina aveva deciso di rientrare a lavorare proprio per aiutare i colleghi nella lotta, spesso impari e ad armi spuntate, contro il coronavirus. Ci sono state morte di medici molto anziani – uno di loro aveva 104 anni – anche ospiti delle Rsa dove il virus ha ucciso senza pietà migliaia di persone.

Il presidente del principale sindacato dei medici di famiglia Fimmg, Silvestro Scotti, spiega il perché di questa strage: «Siamo la prima linea della prima linea, cioè del sistema sanitario. I sintomi di questa malattia del resto sono quelli tipici di problemi di solito vengono visti dai medici di famiglia: febbre, tosse, problemi respiratori. Ma soprattutto all’inizio siamo andati incontro al virus senza avere a disposizione mezzi, materiali ma anche informativi». Scotti spiega il motivo per cui molte vittime, soprattutto all’inizio, sono stati proprio i medici di famiglia: “Eravamo davvero soli. Io parlai con Marcello Natali, un collega che lavorava in provincia di Lodi ed è morto, e mi accorsi che aveva lo studio invaso dalle persone. Mi disse che alcuni suoi colleghi della zona di Lodi erano in quarantena e l’Ats aveva suggerito ai pazienti di rivolgersi ad altri professionisti. Si pensava a quel tempo che una volta fatta la zona rossa a Codogno, intorno non ci fossero pericoli. E invece figurarsi se un virus che è arrivato dalla Cina non riusciva a spostarsi in Lombardia. Gli dissi di cercare di regolare gli accessi al suo ambulatorio. Con il tempo si è capito che bisognava evitare le visite dei casi sospetti nei nostri studi, con il triage telefonico ad esempio siamo stati più protetti».

Cristina Gauri



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2 Commenti

  1. Di questi medici quantio avevano oltre 75 anni e 1,2 o 3 patologie concomitanti??L’ articolo infatti specifica;
    “….Fnomceo inserisce nel proprio elenco dei decessi anche i pensionati, alcuni dei quali non erano neanche più iscritti all’Ordine. Tra questi, una dozzina aveva deciso di rientrare a lavorare proprio per aiutare i colleghi nella lotta, spesso impari e ad armi spuntate, contro il coronavirus. Ci sono state morte di medici molto anziani – uno di loro aveva 104 anni – anche ospiti delle Rsa dove il virus ha ucciso senza pietà migliaia di persone.”

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