Roma, 24 set – Nessuno è al riparo dal politicamente corretto, nemmeno un’azienda simbolo della globalizzazione come McDonald’s. La catena di fast food è stata accusata di razzismo e portata in tribunale per una causa da 10 miliardi di dollari.

Le accuse di razzismo

Ad accusare McDonald’s è Byron Allen, imprenditore afroamericano e magnate dei media. L’oggetto del contendere è il budget annuale che il colosso americano investe nella pubblicità, senza tenere adeguatamente conto – secondo Allen – dei media afroamericani. McDonald’s avrebbe speso nel 2019 ben 1,6 miliardi in spot televisivi nei soli Stati Uniti. Stando sempre ad Allen, di questi 1,6 miliardi solo lo 0,31% sarebbe andato a canali controllati da afroamericani. In particolare, McDonald’s si sarebbe rifiutata di fare pubblicità nei media proprio di proprietà di Allen, tra cui Weather Channel e Comedy Tv. Motivo per cui l’imprenditore ha chiesto un risarcimento pari a 10 miliardi alla catena statunitense.

Una disparità di trattamento che, agli occhi di Allen, è una vera e propria forma di discriminazione su base razziale. Nonostante il suo interessamento diretto, non si tratterebbe quindi solo di affari. L’imprenditore ha dichiarato: «È una questione di inclusione delle imprese di proprietà degli afroamericani nell’economia Usa». Allen ha poi aggiunto: «McDonald’s prende miliardi dai consumatori afroamericani e non restituisce quasi nulla. La più grande disparità in America tra le società bianche americane e quelle nere, e McDonald’s è colpevole di perpetuarla».

La risposta di McDonald’s

McDonald’s ha respinto ogni accusa e negato che alla base delle scelte degli investimenti pubblicitari ci sia alcuna forma di discriminazione verso gli afroamericani. Loretta Lynch, avvocato della catena ed ex procuratore generale degli Stati Uniti durante l’amministrazione Obama, si è mostrata piuttosto sicura a riguardo dell’infondatezza delle accuse e della non colpevolezza dell’azienda: «Le prove lo dimostreranno, le accuse degli Entertainment Studios sono infondate».

Michele Iozzino

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