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Roma, 6 apr – Dall’inizio dell’emergenza coronavirus, medici e infermieri sono assurti, nella narrazione mediatica, al rango di veri e propri eroi. Si potrebbe cinicamente questionare sul fatto che svolgere il proprio lavoro, che per l’appunto consiste nel curare persone e salvare vite, non sia equiparabile a un atto eroico, che presuppone un sacrificio volontario e gratuito. Giusto. Ma, almeno in Italia, l’impreparazione e la cialtronaggine dell’apparato statale, con i camici bianchi gettati allo sbaraglio in un’emergenza prevedibilissima e drammaticamente non prevista, ha di sicuro circonfuso la figura degli operatori ospedalieri di una sacrosanta aura di martirio, purtroppo non figurato, visto anche l’alto numero di decessi riscontrato nella categoria.

Asclepio, dio guaritore e nume tutelare della medicina

L’arte della cura è del resto eroica in senso originario, se ci affidiamo alla sapienza classica. In Grecia, il dio guaritore e nume tutelare della medicina è notoriamente Asclepio. Che, tuttavia, avrebbe appunto natura eroica, più che divina. «Eroe difensore da ogni sorta di morbi», lo definisce Pindaro nelle Pitiche. Asclepio nacque infatti da una relazione tra Apollo e Coronide, la figlia del re Flegias (il «rosso-fuoco»). La ragazza, tuttavia, già incinta della divinità, si scelse per marito Ischys, figlio di Elato. Quando un corvo (animale in origine bianco, secondo il mito) portò la notizia ad Apollo, questi per prima cosa trasformò dalla rabbia l’uccello da bianco a nero, poi si vendicò sulla ragazza. Egli inviò Artemide a Laceria, la città dalle garrule cornacchie, presso il lago di Bebiade, nella patria di Coronide. La dea uccise con le sue frecce la giovane e con lei molte altre donne del popolo di Flegias, scatenando roghi ovunque. Quando le fiamme lambivano il corpo di Coronide, Apollo prese il bimbo che ella portava in grembo e lo portò al centauro Chirone, che lo allevò e gli insegnò l’arte medica. Secondo un’altra versione, riportata da Ovidio nelle Metamorfosi, Apollo uccise in prima persona la ragazza, ma poi se ne rammaricò: «Il dio si pente – troppo tardi, ahimè – dell’atroce vendetta e maledice se stesso per aver prestato ascolto, per essersi infuriato».

Il centuaro, il corvo e il serpente

Il racconto è denso di simbolismi. C’è, ad esempio, il tema ricorrente del corvo/cornacchia che risuona nel nome di Coronide, della sua città e nella figura del messaggero che reca la notizia del «tradimento» ad Apollo, e sappiamo quanto questo uccello totemico sia importante nella tradizione europea. Anche la figura di Chirone è interessante. I centauri, per i greci, erano umani ancora legati all’aspetto ferino, quindi rozzi e schiavi degli istinti. Chirone faceva eccezione: egli era sapiente e coraggioso, educatore di déi ed eroi, tra i quali lo stesso Achille. Ferito per errore da Eracle, ma impossibilitato a morire perché di origine divina, decide alla fine di scambiare la propria immortalità con Prometeo. Carl Gustav Jung vi ha visto un archetipo del guaritore ferito, di colui cioè che trae dalla propria sofferenza la forza per curare il prossimo, contemplando in un’unità esistenziale salute e sofferenza. Un’altra simbologia che esce in modo potente dal mito è quella ignea/solare (Apollo, Flegias, il rogo). Si tratta tuttavia di un fuoco ambiguo, ora uranico, ora ctonio.

L’animale simbolo di Asclepio era il serpente. Fu proprio grazie a un serpente che Asclepio, con il nome di Esculapio, sbarcò anche a Roma, in seguito all’epidemia del 293 a. C. Degli emissari romani si recarono a Epidauro, dov’era il santuario principale del dio, e ne riportarono il sacro serpente che, mentre la nave risaliva il Tevere, fuggì dall’imbarcazione e si rifugiò sull’Isola Tiberina, luogo dove doveva sorgere il santuario. Il simbolismo del serpente sarà ben spiegato da Macrobio nei Saturnali: «Ecco perché si pone ai piedi delle statue di Esculapio e della Salute un serpente: si mette in relazione con la natura del sole e della luna. Esculapio è la forza salutare che dalla sostanza del sole viene in soccorso all’anima e al corpo dei mortali; Salute è invece l’effetto della natura lunare da cui trae giovamento il corpo degli esseri animati, mantenuto sano dal salutare temperamento del calore. Alle loro statue quindi si aggiungono figure di serpenti perché fanno sì che il corpo umano, deposta per così dire la pelle della malattia, riacquisti il primitivo vigore, così come i serpenti riacquistano le forze ogni anno spogliandosi della pelle della vecchiaia. E al sole stesso viene attribuito l’aspetto di serpente, perché il sole sempre ritorna dal massimo abbassamento, che è, per cosi dire, la vecchiaia, al suo punto culminante, come al vigore della giovinezza».

Morte e rinascita

L’indissolubile legame tra fine e inizio, catastrofe e rinascita si riverbera anche nelle circostanze particolari della nascita di Asclepio, che ricordano quella che Károly Kerényi ha definito la «nascita nella morte» tipica degli eroi: «Come il dio risanatore Asclepio fu da Apollo levato dalla madre Coronide sulla pira funeraria, così Dioniso fu levato da Zeus dalla pira mortale. È la storia della nascita di un dio nel fuoco, nascita che viene dalla morte da cui il dio è toccato. Anche Asclepio doveva morire; la sua però fu una nascita degna del dio risanatore». Nelle testimonianze epigrafiche, oltre che soter, Asclepio è detto basileus, anax, eros, despotes (arbitro di vita e di morte): tutti appellativi «vittoriosi», anche se il dio/eroe non aveva alcuna caratteristica «politica» e non è legato ad alcuna parentesi sovrana.

Un ulteriore aspetto del mito merita particolare attenzione. Secondo Apollodoro, infatti, Asclepio non solo sapeva guarire gli ammalati, ma riusciva persino a resuscitare i morti: «Da Atena infatti aveva ricevuto il sangue che era sgorgato dalle vene della Gorgone, e lui usava quello delle vene di sinistra per far morire gli uomini, quello delle vene di destra per salvarli, e in questo modo poteva anche far resuscitare i morti». Un potere incredibile, forse troppo grande, poiché in grado di sovvertire l’ordine cosmico. Da qui la tragica fine di Asclepio stesso, che finì folgorato per punizione da Zeus. Ovidio si dilunga sul destino dell’eroe, riportando la profezia di Ociroe, figlia di Chirone: «Tu potrai render l’anima a chi l’avrà perduta. Ma, dopo che una volta l’avrai fatto, suscitando lo sdegno degli dèi, Giove, il tuo avo, ti fulminerà per impedirti di provarci ancora, e tu, da dio che sei, sarai mortale, poi da quel corpo risusciterai, tornando ad esser nuovamente dio, e mutando due volte il tuo destino».

Morte e rinascita, ferita e guarigione, sangue che cura e sangue che uccide, fuoco devastatore e fuoco risanatore: forse al fondo dell’insopportabile retorica sulla palingenesi epidemica («ne usciremo tutti migliori!») sta il cuore celato di una verità più grande e più profonda. Che essa si manifesti, tuttavia, dipende pur sempre dai mortali e dalla loro capacità di farsi eroi.

Adriano Scianca

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