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Matteo SalviniRoma, 15 mag – Partiamo da un paradosso. In Italia si crede che per raccontare la politica non serva avere categorie politiche. Cucina giornalistica di routine a parte, la narrazione della polis viene da noi appaltata a racconti quasi sempre fuorvianti.

C’è il genere indignato, per lo più affidato agli editorialisti, meglio se appartenenti alla società civile. C’è l’inchiesta, nobile fattispecie giornalistica che però da noi consiste nell’accamparsi nello sgabuzzino delle procure aspettando che un pm allunghi un faldone (per questo genere meglio assumere un’aura di martirio. Vedi l’espressione da cane bastonato di Lirio Abate, nel disperato tentativo di raggiungere Saviano che, tuttavia, è ormai in odore di stigmate e quindi ancora irraggiungibile).

Ci sono poi dei giornalisti che, come i naufraghi di Lost, vivono in una dimensione parallela, che scambiano per la realtà. Sono i “retroscenisti”: gente che bivacca in Transatlantico, che non è mai uscita da quella cittadella fortificata che è il centro ottocentesco, umbertino e cardinalizio della capitale. Campando di rumors, di soffiate, di tatticismi esasperati, il retroscenista dovrebbe decifrare la politica ma invece sviluppa con essa un rapporto parassitario che lo fa restare sempre un passo indietro rispetto ai fatti laddove egli crede di starne cento avanti. Ma i cambiamenti reali avvengono sulla scena, non sul retroscena. E quando questo accade, i nostri eroi dei media restano spiazzati. Il fenomeno Matteo Salvini, per quanto non sia ovviamente alieno da malizie e atteggiamenti strategici, è sostanzialmente un fenomeno autentico, che si inserisce nelle contraddizioni reali. Ecco perché non è stato capito.

Di tutto questo vuol fare giustizia All’armi siam leghisti, il nuovo saggio di Antonio Rapisarda (Aliberti, pp. 237, € 16,00). Il principale merito del giornalista siciliano è quello di aver usato una chiave metapolitica per decodificare un fenomeno intensamente all'armipolitico come quello del salvinismo. Spiegare la nuova Lega, quindi, attraverso gli intrecci di una rete fittissima di siti (tra cui il Primato, espressamente citato con un’intervista a chi scrive), circoli, giornali, think tank, comunità militanti, centri sociali non conformi, realtà politiche, commerciali, culturali. Decifrare i filoni politici, i sommovimenti filosofici, i tragitti dell’immaginario.

Dietro le semplificazioni salviniane (“a casa!”, “a lavorare!”, “ruspa!”) c’è un lavoro incessante che dura da anni, spesso disperso in mille rivoli anche incomunicanti fra loro, ma che hanno creato sinergicamente una dinamica su cui poi il nuovo Carroccio (e in parte anche quello vecchio) si è andato a innestare. E alla fine, se il gramscismo, a sinistra, resiste come apparato, come anonimo ingranaggio di potere, è proprio il rozzo, il becero Salvini a ereditare anche inconsciamente i frutti di un intenso e sotterraneo lavoro culturale di cui non si sospetta l’esistenza. “Salvini”? “Lavoro culturale”? Si può sghignazzare, certo. O al limite ci si può domandare, come il giornalista del Foglio Alessandro Giuli, citato nel libro: “Ma che c’entra Salvini con Heidegger, Evola, con la cultura della crisi?”. Ma è anche giusto replicare, con Pietrangelo Buttafuoco, che quel che conta è “adottare una lingua di verità” (e a proposito di Buttafuoco: quanto tempo era che un intellettuale di questo calibro non faceva un endorsement per un politico? Qualcosa vorrà pur dire).

Ne viene fuori una operazione di decrittazione che ha pochi eguali nelle ricerche politologiche sull’argomento. Scopriamo, per esempio, che “l’inaudito” sbarco leghista al centrosud è stato anticipato da anni di tentativi, di ammiccamenti, talora certamente opportunistici, ma spesso genuini e provenienti da ambo le parti: da un nord che voleva aprirsi al sud e da un sud che vedeva in questa compagine nordista una forza di popolo che non era possibile liquidare con qualche battuta. L’archeologia dell’esperimento salviniano è complessa e stratificata e Rapisarda la ricostruisce con dovizia di particolari. Scopriamo, ancora, quanto sia strumentale e ipocrita lo schema che vuole in Tosi il moderato e in Salvini l’estremista sdoganatore di fascisti. Scopriamo che se il leader del Carroccio e parte della destra radicale si incontrano nell’apprezzamento per il putinismo non è solo per una fascinazione adolescenziale per gli occhiali a specchio del presidente russo (che comunque rappresentano una strategia comunicativa in nulla differente dal loden di Monti o dalle camicie bianche di Renzi). Di cose da scoprire, insomma, ce ne sono.

Assodato che i media italiani non hanno capito nulla del salvinismo, la vera domanda è: ma Salvini lo avrà capito il salvinismo? Uno che prende un partito sotto al 4% e lo porta in doppia cifra nel giro di pochi mesi non ha ovviamente bisogno che chi scrive debba spiegargli alcunché: con ogni evidenza, il leader del Carroccio la politica la capisce bene da sé. L’impressione, tuttavia, è che stavolta la posta in gioco vada oltre i voti e oltre i numeri, oltre le comparsate tv e i tweet. Non si tratta solo di battere Renzi – che comunque sarebbe già tanto – ma di sapersi collocare, e nel modo giusto, in uno scontro di civiltà, possibilmente senza Fallaci. Sappiamo che la rivoluzione non è un ballo di gala e che le astuzie della storia possono essere sorprendenti. Tutto sta a volerla fare, questa rivoluzione, e a volerci rimanere, in questa storia.

Adriano Scianca

2 Commenti

  1. Lo leggerò nei prossimi giorni. Il dubbio su Salvini, ma ne ho anche tantissimi altri, è come si relaziona con le vecchie parole d’ordine della Lega Nord.

  2. Ma state scherzando? Vero?conservatore un secessionista? Il primo punto del suo Statuto lo dice chiaramente: INDIPENDENZA DELLA PADANIA!

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