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Roma, 13 apr – Ha destato molto scandalo, e suscitato aspre critiche da destra, un passaggio dell’ultima omelia di Papa Francesco in cui il Pontefice sembra aver criticato l’istituto della proprietà privata. «Gli Atti degli Apostoli», ha detto il Papa, «raccontano che “nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune” (4,32). Non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro». Francesco sta parlando del modo in cui Cristo ha cambiato i suoi apostoli che, da misericordiati, sono diventati grazie a lui misericordiosi: gli stessi che «poco prima avevano litigato su premi e onori, su chi fosse il più grande tra di loro», grazie a Gesù cambiano completamente stile di vita, mettendo da parte qualsiasi egoismo, a partire da quello legato alle cose materiali. Non si tratta esattamente di un invito all’esproprio proletario, come si vede.



Non solo Papa Francesco…

Bergoglio, che già nell’enciclica Fratelli tutti aveva ribadito che «il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati» e che anche in Laudato si’ aveva chiarito che «Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta» non sta in realtà dicendo nulla di nuovo. I suoi predecessori, che una lettura superficiale vorrebbe trasformare in «veri Papi» contrapposti a quello «falso», avevano detto esattamente le stesse cose. Nella quaresima del 2008, l’allora (unico) Papa Benedetto XVI disse che «secondo l’insegnamento evangelico, noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo».

E anche in Giovanni Paolo II, che per storia personale era certamente più portato a criticare gli esperimenti collettivistici, come infatti fece, l’orientamento di fondo non sembra diverso. In Centesimus annus, pur ribadendo il valore della proprietà privata, Wojtila chiarì che esso per i cristiani non poteva certo essere assoluto: «Il Papa è ben cosciente del fatto che la proprietà privata non è un valore assoluto, né tralascia di proclamare i principi di necessaria complementarità, come quello della destinazione universale dei beni della terra».

Diritto di proprietà e cattolicesimo

Lo stesso si legge in Laborem Excerens: «La tradizione cristiana non ha mai sostenuto questo diritto come un qualcosa di assoluto ed intoccabile. Al contrario, essa l’ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti ad usare i beni dell’intera creazione: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto dell’uso comune, alla destinazione universale dei beni». Esistono certamente delle sfumature differenti tra il «peronista» Francesco e l’anticomunista Giovanni Paolo II, ma l’orientamento di fondo sembra essere sempre lo stesso: nel cattolicesimo la proprietà privata non è un valore assoluto e intoccabile. Che questa banalità abbia potuto scandalizzare tanto l’opinione pubblica di destra è in qualche modo un segno dei tempi, tempi che sembrano vedere un frenetico «ritorno alla casa madre» liberale, individualista e anglosassone delle varie destre europee, propaggini estreme comprese, che vedono ormai ogni destino statale e comunitario come un incubo «totalitario», per usare un aggettivo significativamente tornato di moda in senso spregiativo in tali ambienti.

Scongiurare la critica da latifondista del Guatemala

Bisogna sposare la dottrina sociale bergogliana così com’è, dunque? Ovviamente no, ma ad essa sarebbe doveroso opporre una critica che non sembri dettata dall’associazione industriali latifondisti del Guatemala del 1954. Ciò che, con ogni evidenza, non torna nel discorso cattolico sulla proprietà è l’incapacità statutaria di concepire una comunità di riferimento che non sia l’intera umanità. E «chi dice umanità cerca di ingannarti», diceva Pierre-Joseph Proudhon. Infatti, delle due l’una: o l’istanza che deve regolare, orientare, limitare la proprietà privata proviene da una comunità di destino incarnata concretamente in uno Stato capace di rendere il singolo funzionale e responsabile rispetto al proprio popolo, oppure proviene da un Dio unico che si rivolge a un’intera umanità. La differenza non è di scala, ma ontologica, giacché o l’umanità si dota di un governo mondiale con il mandato di applicare imperativi morali universali (provengano essi da un Dio unico o da una legge morale kantiana, poco cambia), oppure essa si affida a organismi sovranazionali e ad assetti egemonici dati in grado di parlare in sua vece.

Due prospettive «mondialiste» in senso letterale. L’attentato alla sovranità delle comunità concrete è qui chiaramente presupposto: se Dio ha dato la terra a tutti gli uomini indistintamente, che diritto avrà lo Stato italiano di «deturpare l’ambiente» con una data infrastruttura, che poi, per puro caso, sarà anche la stessa che magari mette in discussione l’egemonia di qualche Stato a cui Dio sussurra all’orecchio? Lo stesso dicasi per le pur blande politiche di contenimento dell’immigrazione messe in atto da qualche governo europeo, sistematicamente contestate dalle gerarchie ecclesiastiche proprio sulla base della «destinazione universale» del pianeta e dell’idea che «noi non siamo proprietari bensì amministratori» delle terre che abitiamo.

Un’altra tradizione politica

Esistono quindi fondati motivi per restare scettici rispetto agli slanci sociali che provengono dal Vaticano, ma non certo in nome di un generico diritto assoluto alla proprietà privata, che può forse trovare riscontri in John Locke, ma sicuramente non in una tradizione politica che già negli anni Trenta del secolo scorso poteva affermare con nettezza: «Per il problema economico e sociale, i sottoscritti riconoscono come portata dai tempi e sintomo certo di profonda trasformazione la necessità d’una limitazione qualitativa e quantitativa del diritto di proprietà, e d’una subordinazione ferrea ed equa degli interessi privati all’interesse dello Stato. Credono che ciò non voglia dire avviarsi a un marxismo incompatibile con la natura umana e soprattutto con la natura italiana, ma solo trasferire nell’ordine economico il concetto di politicità dell’individuo come esposto sopra; e che il tramonto inarrestabile del sistema liberale esiga da una parte l’eticità dell’economia, dall’altra la graduale partecipazione dei lavoratori alle aziende e la fine d’ogni proletariato. Ritengono che la società futura avrà a fondarsi sul dovere del lavoro e sul diritto del produttore alla proprietà nei limiti utili allo Stato; e che il diritto di proprietà e quello di eredità siano buoni in quanto servano allo Stato, nocivi in quanto non concordino coi suoi fini; che l’iniziativa individuale sia da favorirsi oppure da limitarsi e reprimersi secondo lo stesso criterio». (Berto Ricci et alii, Manifesto realista).

Adriano Scianca

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6 Commenti

  1. D’accordo sulle grandi proprietà, speculative e non.. Basta che non si parli di una persona media che abbia a sé intestate, in ipotesi, una casetta media e/o un’automobiletta media, e poco altro danaro per tirare avanti.. Ecco, credo sia ovvio. Se Francesco si rivolge pure a costoro, che io sia Cristiano o meno, per quanto mi riguarda può pure andare a farsi f….. e! Diversamente ok, non fa una grinza. Grazie..

  2. Perché avete cancellato?! Mi meraviglio di voi.. Cosa devo fare, pubblicarlo su Repubblica o sul Fatto Quotidiano il mio commento di prima, eh?? Pazzesco.. Da voi proprio nn me lo aspettavo. Andateci pur voi in quel posto, grazie. Saluti definitivi

  3. Materialmente ritengo che oggigiorno abbiamo più da decidere sulla disponibilità che sulla proprietà. La dualità vitale è tutta lì. Il resto è interessante, anche piacevole filosofia, storia e purtroppo speculazione. Il proprietario priva… sta tutto nell’ etimologia (ed è a sua volta “privato”)! Di assoluto su questa terra non c’è un bel niente, a cominciare dagli amministratori che molto spesso sono ben peggio dei proprietari. E il cerchio si chiude.
    Se restiamo all’ immanente, pure nella chiesa di oggi e ormai di ieri, senza gerarchia riconosciuta, non ne saltiamo più fuori. “Privato” e “pubblico” dovrebbero diventare termini non contraddittori perché uno è servo dell’ altro a fronte di valori ben più importanti.

  4. Mi permetto di far notare, al direttore Scianca i seguenti punti:

    1) i discepoli del Cristo erano monaci e le regole della loro comunità non valevano per le persone ordinarie;

    2) la dottrina sociale tradizionale della Chiesa è sia contro l’usura internazionale che contro i socialismi;

    3) tutti i papi, da Leone XIII a Pio XII hanno ritenuto la proprietà privata come necessaria sia per il singolo che per la famiglia, in questo seguendo i princìpi della Chiesa Cristiana Cattolica Romana;

    4) sino al 1963, essendo papa Giovanni XXIII (pur essendo egli tra gli ispiratori del modernistico Concilio Vaticano II), l’iniziativa privata era ancora considerata diritto del singolo e la proprietà privata era ammessa in funzione sociale;

    5) è solo a partire dal famigerato Concilio Vaticano II, sotto Paolo VI (enciclica “Populorum progressio”), che si è iniziato a sostenere la non-essenzialità della proprietà privata, non più considerata come un diritto assoluto. Da questa data ad oggi, c’è solo la storia della neo-chiesa ex-cattolica e modernista;

    6) anche per quanto riguarda la dottrina fascista, la proprietà privata era considerata, di fatto, un diritto: al punto VII della “Carta del Lavoro” (1927) si legge: «Lo Stato Corporativo considera l’iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell’interesse della Nazione […] »; al punto IX si legge: «L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo SOLTANTO (sottolineatura mia; ndA) quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata […] »; mentre ai punti XVI e XVII si parla chiaramente di ferie retribuite e indennità di servizio. Tutto ciò presuppone, ovviamente, un diritto alla proprietà privata.

    Quindi, io credo che questa affermazione categorica: « […] nel cattolicesimo la proprietà privata non è un valore assoluto e intoccabile […] », sia non solo discutibile ma propriamente falsa.

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