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lasch 2Roma, 14 feb – Era il 1994 quando, poco prima di morire il 14 febbraio dello stesso anno, il sociologo Christopher Lasch dava alle stampe The Revolt of the Elites, a cui lo studioso aveva lavorato negli ultimi mesi di vita insieme alla figlia Elisabeth. Di formazione marxista, Lasch era uno studioso che i progressisti di mezzo mondo avevano tanto amato e poi tanto odiato, a causa delle pagine sferzati che nella seconda parte della sua esistenza aveva loro riservato.

Se nel 1930 Ortega y Gasset poteva pubblicare La ribellione delle masse, era il ragionamento dell’autore americano, ora era il momento di interrogarsi sulla ribellione delle élite. Si trattava di un vero processo alla classe dirigente americana, non solo a quella politica ma anche a quella economica e soprattutto culturale, ai professori liberal che impazzavano nelle università. Scriveva Lasch: «Le élite, che definiscono appunto i temi del dibattito pubblico, hanno perso il contatto con la gente normale. Il carattere irreale, artificiale, della nostra politica riflette il loro isolamento dalla vita comune, e la segreta convinzione che questi problemi siano insolubili. Lo stupore di George Bush [padre] quando si è trovato per la prima volta sotto gli occhi lo scanner per leggere il prezzo della merce in un supermarket ci ha rivelato, come in un’illuminazione improvvisa, l’abisso che divide le classi privilegiate dal resto della nazione».

Le élite descritte da Lasch sviluppano in effetti una sorta di preoccupante distacco dalla realtà: «Le classi intellettuali sono fatalmente estraniate dagli aspetti materiali della vita, il che può spiegare il loro fiacco tentativo di trovare una compensazione sottoponendosi a uno strenuo regime di esercizi gratuiti. L’unico rapporto che hanno con il lavoro produttivo è rappresentato dal consumo. Non hanno alcuna esperienza di come produrre qualcosa di solido o duraturo. Vivono in un mondo di astrazioni e di immagini»

lasch 4Se amano l’immigrazione, i cui effetti negativi del resto non subiscono, tenendosi ben lontane dai quartieri difficili, è perché le élite sono esse stesse per prime sradicate, nomadi, cosmopolite. I privilegiati, oggi, sono i primi migranti, anche se le loro migrazioni non hanno nulla del carattere drammatico e disperato dei movimenti delle masse che lasciano il terzo mondo: «Le nuove élite, che comprendono non soltanto i manager delle grandi imprese, ma tutte quelle professioni che producono e manipolano l’informazione – la linfa vitale del mercato globale – sono molto più cosmopolite, o per lo meno più inquiete e dotate di una maggior tendenza migratoria, di quelle che le hanno precedute. […] I membri delle nove élite si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando sono en route verso una conferenza ad alto livello, l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, un festival cinematografico internazionale o una località turistica non ancora scoperta. La loro è essenzialmente una visione turistica del mondo… che non è esattamente una prospettiva che possa incoraggiare un’ardente devozione per la democrazia».

In effetti «la loro lealtà – se il termine non è anacronistico in questo contesto – è di tipo internazionale, più che regionale, nazionale o locale. I loro esponenti hanno molte più cose in comune con le loro controparti di Bruxelles o di Hong Kong che con le masse di americani non ancora allacciati alla rete della comunicazione globale».

La ribellione delle élite crea anche un problema di comunicazione. L’autoreferenzialità, il fastidio verso il linguaggio della chiarezza, il senso comune ritenuto intrinsecamente “violento” o “razzista”, fanno sì che si sviluppi nelle classi colte una sorta di fastidio per la semplicità e un conseguente ripiego in un gergo astruso. «La democrazia – scrive ancora Lasch – esige un vigoroso scambio di idee e di opinioni. Le idee, come la proprietà, hanno bisogno di essere diffuse nella più larga misura possibile. Eppure molti esponenti del ceto “superiore”, come si autoproclamano, sono sempre stati scettici sulla capacità del cittadino normale di affrontare questioni complesse ed esprimere giudizi critici».

Adriano Scianca

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