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Houellebecq, Sottomissione.  In libreria da Bompiani il 15/1/2015Roma, 19 gen – È difficile parlare di Sottomissione (Bompiani, pp. 252, € 17,50), il nuovo romanzo di Michel Houellebecq pubblicato con il lancio pubblicitario curato dalla “Jihad Marketing Spa”, nelle persone di Cherif e Said Kouachi. Un libro sull’islamizzazione della Francia uscito esattamente negli stessi giorni del peggior attentato di matrice islamista che l’Esagono ricordi è destinato per forza di cose a patire una confusione ricorrente tra testo e contesto.

Insomma, Soumission ha già una vita parallela che prescinde dal suo intreccio e dal suo “messaggio”, se ve n’è uno. Eppure, si compirebbe un errore grossolano individuando in questo romanzo la messa in prosa, a fini di denuncia, della geometrica potenza islamista. Insomma, Sottomissione non è una prosecuzione della Fallaci con altri mezzi. È un’operazione molto più raffinata e complessa. Si pensi solo al fatto che mentre un libro come La rabbia e l’orgoglio è semplicemente blasfemo, agli occhi di un musulmano, difficilmente il medesimo lettore troverebbe granché da obbiettare al testo di Houellebecq. Si parla sempre di islamizzazione della Francia e dell’Europa, ma lo scrittore francese riesce a presentare questa eventualità, pure chiaramente distopica anche ai suoi occhi, quasi come una dinamica seducente, affascinante.

La trama è già piuttosto nota: nella Francia del 2022, il Front national è da tempo il primo partito, assestandosi oltre il 30%, ma la sua ascesa al potere è fermata da sempre nuovi “fronti repubblicani” che compattano destra e sinistra nella sacra alleanza contro i fascisti. È andata così nel 2017, che ha riconfermato un governo socialista in una nazione sempre più di destra, andrà così anche nel 2022. Con una differenza: nel frattempo è emerso sulla scena il partito dei Fratelli musulmani, con a capo l’ambizioso Mohammed Ben Abbes.

Quello che tuttavia stupisce, è che questo partito etno-religioso non ha propositi di conquista violenta. Tutta la prima parte del romanzo accenna a una houellebecq-001situazione di caos crescente, a una guerra civile incombente e taciuta dai media. Ma la guerra civile non arriverà e la stessa violenza sarà più presentita che esperita dal protagonista, François, un docente universitario quarantenne, esperto di Huysmans, un uomo “di una normalità assoluta”, come egli stesso si definisce. Sarebbe stato facile, per Houellebecq, gettare quest’uomo sfibrato, sfaldato, in pasto a della racaille molesta su un autobus notturno. Sarebbe stato troppo facile.

Questo aspetto di conquista violenta, di sottomissione forzata degli autoctoni alla giovanile esuberanza allogena resta in filigrana in tutto il romanzo, quasi fosse una forma ancora primitiva, ingenua, non evoluta di conquista, un elemento che esiste ma non è decisivo. La pre-potenza è in effetti una forma frettolosa e infantile della potenza vera e propria. In Soumission, al contrario, l’islam conquista la Francia offrendole un orizzonte di senso.

Lo stesso Ben Abbes non è un predicatore fanatico. Ha anzi il profilo del politico che in Italia definiremmo “responsabile”. È un uomo colto, sempre pronto al dialogo, che prende le distanze dalle violenze e si rende protagonista di un progetto di governo “credibile”. Di più: è un vero e proprio statista. Sotto la sua guida, la Francia riacquista serenità, crescita, vigore intellettuale e sociale. Ma è ancora più ambizioso: i personaggi del romanzo lo paragonano ad Augusto, per il suo tentativo di saper resuscitare in forma incruenta addirittura un orizzonte imperiale. Pian piano, tutti gli stati arabi della sponda sud del Mediterraneo vengono ammessi alle Ue. La sede della commissione europea viene simbolicamente spostata a Roma, quella del Parlamento ad Atene. Insomma, più che una colonizzazione, si tratta di una translatio imperii.

racaille-racisteAncor più intrigante è la figura di Robert Rediger, il professore che farà da tramite fra il nuovo establishment islamico e François e che è un ex membro dei gruppi identitari alla destra del Front national e la cui visione del mondo ha come fuochi Nietzsche e Guénon. Dove non arriva la forza del progetto di civiltà, tuttavia, arrivano i petrodenari: diventata università islamica, la Sorbona triplica gli stipendi dei docenti. E se anche questo non basta, c’è un altro argomento per convincere i riottosi: la poligamia. La possibilità di avere una donna matura in cucina, una giovanissima a letto e altre figure femminili intermedie per ogni esigenza. Sono queste le armi con cui imporre la sottomissione.

La Francia cede in fretta, forse perché, come il resto dell’Europa, ha già da tempo ceduto interiormente a qualsiasi dominatore si prenda la briga di imporre su di essa il suo comando con uno sforzo anche minimo. I francesi che compaiono nel libro di Houellebecq appartengono quasi tutti al ceto universitario, decadente per definizione, ma la Francia carnale, vitale, profonda, non compare mai. È un ricordo, un fantasma che rivive nella natura nichilista del protagonista. Nichilista, si badi, non nel senso di una qualche titanica volontà di (auto)distruzione, ma nell’accezione nietzscheana della mancanza di risposta al “perché?”. François non trova un senso nella famiglia, nell’amicizia, nell’insegnamento, negli affetti, nel sesso, nella politica. Tutto è vissuto meccanicamente, senza un centro di gravità ma anche senza la vertigine dell’alienazione. Non c’è nemmeno horror vacui, c’è tutt’al più noia.

La seduzione del cattolicesimo nazionale, dei luoghi simbolo a cui si sono abbeverati i re di Francia, è poco più che una illusione passeggera, maometto_predica1un’infatuazione che sembra essere prodromo a una conversione che invece non arriverà. Le maggiori resistenze di François all’avanzata dell’islam in terra europea, alla fine, si riassumono in dubbi e domande caricaturali, da film di Totò, sul fatto di sapere quanti mogli potrebbero essergli destinate e come fare a sceglierne una fisicamente prestante in presenza di un dress code che non lascia intravedere le forme. La stessa insignificanza abbrutita, la stessa perdita del centro che ha spianato la strada ai nuovi dominatori costituisce anche un freno all’adesione al nuovo ordine. E allora serve un incentivo vizioso, morboso, piccolo-borghese, da commediaccia all’italiana, appunto. Come se il conquistatore, superiore in tutto al conquistato, dovesse in qualche modo scendere al suo livello di miseria esistenziale per farsi capire.

Il frammento di verità colto da Houellebecq sta proprio nel ritratto di un’Europa capace ormai di trovare un senso solo nella sottomissione. Molto altro, del romanzo, dalla verità passa decisamente molto lontano. A cominciare da una sopravvalutazione della stessa forza dell’islamismo attualmente installato in Europa, che più di un lobbismo scopiazzato da altri cugini monoteisti e qualche auto bruciata nelle periferie non sembra in grado di produrre. Colonizzare demograficamente un quartiere di periferia è un conto, mettere in piedi addirittura un nuovo impero è un altro. Men che mai sembra plausibile la dinamica che vede un Partito socialista sempre più prono ai Fratelli musulmani fino a discriminare tanto la comunità ebraica francese che Israele stesso: immaginare ciò significa voler tagliare e cucire la realtà del presente, e non solo di un ipotetico futuro, secondo uno strabismo pericoloso. E certo non casuale. Tu chiamala se vuoi: sottomissione.

Adriano Scianca

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