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Come smantellare l’industria: l’acciaio cinese invade l’Italia (e l’Europa)

by Salvatore Recupero
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container cina acciaioRoma, 28 ago – Continuano a crescere le importazioni di acciaio nell’Unione europea e soprattutto in Italia. Questo è quanto emerge dall’ultimo report di Eurofer (l’organizzazione che raggruppa le principali associazioni siderurgiche nazionali europee). Un aumento addirittura superiore al tasso di crescita del consumo interno. Nel primo quadrimestre del 2016, infatti, sono aumentate del 24% anno su anno, con una divergenza tra i prodotti lunghi (+33%) e i piani (+11%). La Cina resta il principale esportatore, seguita da Russia, Ucraina, Corea del Sud e Turchia. “Questo – argomenta Eurofer – rafforza la preoccupazione che le distorsioni derivanti dalle importazioni continueranno a schiacciare il comparto dell’acciaio in Europa”.  In Italia, inoltre, come segnala Federacciai, le importazioni dai paesi extra Ue sono cresciute nei primi cinque mesi del 10,6% (+34,3% dalla Cina). Un incremento che segue il +9,6% di fine 2015 (il 2014, a sua volta, si era chiuso con un incremento del 16,5% sull’anno precedente). La siderurgia cinese, infatti, trae la sua forza dai sussidi di stato e dal dumping sociale. È bene ricordare che le condizioni in cui lavorano le maestranze cinesi sono al limite dello schiavismo. Per non parlare, poi, del mancato rispetto dell’ambiente. Un tema che era già stato affrontato su questo sito il tredici febbraio scorso: nell’articolo a firma di Filippo Burla si stigmatizzava l’inefficacia delle politiche della Commissione Europea in merito all’acciaio importato dalla Cina.

Per capire, però, qual è la posta in gioco è bene fare qualche precisazione. L’Unione europea è il secondo produttore di acciaio al mondo, dopo la Cina; il settore rappresenta l’1,3% del Pil dell’Ue, con circa 328mila posti di lavoro conteggiati nel 2015. La Cina, dal canto suo, ha aumentato in maniera spropositata la sua capacità di produzione di acciaio. È stato, infatti, stimato che la sovrapproduzione della sola Cina si aggirerebbe intorno ai 350 milioni di tonnellate (circa il doppio della produzione annuale della UE). L’eccesso di produzione di acciaio dei Paesi Terzi ha, quindi, causato un aumento delle esportazioni, la destabilizzazione dei mercati e la riduzione dei prezzi dell’acciaio in tutto il mondo. I prezzi di mercato per alcuni prodotti siderurgici sono crollati del 40% a causa dell’aumento dei volumi di produzione.

Questo rappresenta un autentico fallimento delle politiche dell’Ue. Aldilà dei buoni propositi del vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen, i risultati sono deludenti. Katainen, infatti, aveva preso un impegno preciso: “Dobbiamo fare di più per aiutare la siderurgia e altre industrie energetiche ad adattarsi, innovare e competere sulla qualità, le tecnologie di punta, l’efficienza produttiva e una forza lavoro altamente qualificata. Abbiamo predisposto un numero senza precedenti di misure anti-dumping sui prodotti siderurgici: la Commissione è decisa a ripristinare la parità di condizioni a livello mondiale”. Per rendere operative le intenzioni di Katainen, egli ultimi sei mesi la Commissione europea ha adottato le seguenti misure: accelerare l’adozione di misure anti-dumping, potenziare gli investimenti privati e pubblici nell’innovazione, investire nella formazione e rivedere le norme in materia di aiuti di Stato a vantaggio della tecnologia, della ricerca, della innovazione, e di regimi di sostegno alle energie rinnovabili. In pratica, tutto ciò che non è stato fatto per l’Ilva. Non ci si può sorprendere se poi il nostro settore siderurgico viene schiacciato dalla concorrenza sleale cinese. L’Italia è il quarto mercato mondiale in assoluto per i prodotti piani cinesi (dopo Corea del Sud, Vietnam e India). La maggior parte degli acquisti riguarda i coils (bobine di acciaio), che sono 1,554 milioni di tonnellate su un totale di 3,246 milioni importati. Su questo dato pesano le difficoltà di Ilva, il principale produttore di italiano di prodotti piani costretto a comprimere la sua produzione, e le conseguente scelte di acquisto di uno dei più grandi trasformatori europei, come il gruppo Marcegaglia. La maggiore parte dei coils viene acquistato oggi in Cina (443mila tonnellate a maggio, il 36,4 % in più rispetto al corrispondente periodo dell’anno scorso). Ma, in fondo è anche normale che le cose vadano così. Cosa ci si può aspettare da un Paese privo di politica industriale?

Salvatore Recupero

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