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Roma, 29 mag – Ci sono voluti mesi di trattative su Alitalia per tornare, infine, al progetto iniziale. Quello dell’Unione Europea, s’intende, non del governo. Ammesso che l’esecutivo (due esecutivi, a dir la verità) ne avesse uno che non fosse quello di attendere istruzioni da Bruxelles. Perché, di fatto, è questo ciò che è avvenuto.



L’unica “fiammata” si è avuta lo scorso 23 aprile. In quella data il ministro allo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti aveva deliberato, nelle more degli infiniti tavoli di confronto, uno stanziamento (non autorizzato dalla Commissione) da 50 milioni per pagare dipendenti e fornitori. Sembrava il preludio ad una qualche prova di forza: è stato solo un fuoco di paglia. Tanto che gli stipendi di maggio verranno, per ora, pagati solo al 50%.

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Alitalia dimezzata

Percentuale (quasi) identica varrà anche per la “nuova” Alitalia. Ita – Italia trasporto aereo (questo il nome della società) dovrebbe, stando ai piani, vedere la luce entro agosto. Al fine di garantire la discontinuità tra le due, dall’Ue è però stata imposta una cura dimagrante che taglierà all’incirca a metà l’attuale perimetro aziendale. Vale per la flotta, che non supererà i 55/60 velivoli quando oggi sono quasi il doppio: ci chiediamo in che mondo una compagnia possa spiccare il volo quando l’unica politica che viene portata avanti è quella del continuo – e costosissimo, perché riduce progressivamente la produttività – ridimensionamento del proprio “parco macchine”. Vale per i dipendenti, pressoché dimezzati rispetto ad oggi.

Analogo discorso anche per servizi di terra, manutenzione e programma fedeltà (un milione di clienti attivi iscritti al MilleMiglia): dovranno andare tutti a gara. Alla quale potrà partecipare anche Ita, beninteso. A costo però di scucire suon di milioni persino per lo storico logo della “A” tricolore: senza di esso il costo (acquisto, pubblicizzazione, rifacimento delle dotazioni) potrebbe toccare il mezzo miliardo.

Risultato? Stando alle prime, pur spannometriche, stime, Alitalia – ci ostiniamo a chiamarla così – perderà il 50% delle rotte su Fiumicino e oltre il 10% di quelle su Linate. E sempre dimezzato sarà l’impegno pubblico. Perché se i progetti iniziali parlavano di 3 miliardi in termini di ricapitalizzazione, adesso l’esborso si limiterà a meno di 1,5 miliardi da qui al 2023. Per il resto si vedrà: la Commissione vigila, pronta ad intervenire al (suo) bisogno. Chiudendo nel frattempo non uno ma due occhi sui multipli di queste cifre che nel frattempo hanno – giustamente – scucito altre nazioni europee a sostegno delle proprie compagnie di bandiera.

E’ il solito strabismo di foggia brussellese: le leggi per gli amici si interpretano, per i nemici si applicano. Tanto più se c’è la possibilità di far nascere già morta una compagnia sì in difficolta da prima della pandemia, ma che dopo l’azzeramento del mercato giocava su un campo da gioco livellato con tutte le altre. Dicono che sia, questo, uno dei prerequisiti del libero mercato. L’Ue l’ha appena inclinato, per di più cospargendolo di olio. E mettendo in basso una serie di tagliole.

Filippo Burla

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