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Tim Cook, amministratore delegato di Apple

Roma, 30 dic – Vendite in Italia, fatture in Irlanda. Con la possibilità, in questo modo, di usufruire di un regime fiscale agevolato. Nascondendo, di fatto, una larga fetta della base imponibile. E’ con questo meccanismo che, secondo l’Agenzia delle Entrate, Apple non avrebbe versato 879 milioni di Ires, contestati come evasi nel periodo fra il 2008 e il 2013. L’indagine, aperta dall’agenzia fiscale e coordinata dal pm di Milano Francesco Greco, aveva fatto luce sul disallineamento fra vendite effettive – più di un miliardo di euro – e ricavi dichiarati dalla filiale italiana della multinazionale, poco più di 30 milioni. Abbastanza per far partire l’accusa di frode fiscale, con i primi avvisi di garanzia emessi a marzo di quest’anno e costringendo, alla fine, il colosso di Cupertino a venire a patti con l’erario. Chiudendo tutte le pendenze per la cifra di 318 milioni di euro, non un euro in più e non un euro in meno rispetto a quanto risultava dai verbali di accertamento.

Come si strutturava la frode? Ad operare entro i nostri confini era la Apple Italia srl, “consulente” della  Apple sales international (poi diventata Apple distribution international), società di diritto irlandese alla quale venivano accreditati tutti i ricavi, mentre alla Apple Italia venivano riconosciute appunto delle consulenze per sostenere i costi di struttura. Il fatto è che Apple Italia godeva di totale autonomia gestionale, non potendosi quindi configurare il rapporto con la Apple irlandese come rapporto di consulenza. Bensì come attività di vendita vera e propria. Si tratta del classico meccanismo dell’esterovestizione, per cui i ricavi ottenuti in un paese vengono trasferiti ed imputati ad una società residente in un altro paese. L’Irlanda, in questo caso, dove Apple – grazie ad un accordo con il governo di Dublino – paga aliquote vantaggiose.

Nonostante l’accordo, i manager di Apple destinatari degli avvisi di garanzia rischiano comunque il processo. L’intesa raggiunta, inoltre, rappresenta un precedente importante: indagini sono attualmente in corso su Google, e lo stesso vale per i rapporti fra agenzie fiscali e multinazionali di buona parte delle nazioni europee.

Filippo Burla

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